domenica 25 settembre 2011

Il cuore sulle labbra


Il cuore sulle labbra


Non ci sei più, il mio cuore è in lacrime.
Sei andata via, un viaggio senza ritorno. La tua partenza ha strappato le mie radici su questa terra, sembra che nulla ormai mi tenga ancorata a questa vita.
Ti cerco nei luoghi comuni, ti cerco in quelli più impensati, ti rivedo ovunque…con gli occhi dell’anima.
Nulla mi può fermare nella spasmodica ricerca di te.
Te ne sei andata senza salutarmi, senza stringerti a me in un ultimo abbraccio, senza un bacio d’addio.
Non è giusto!
Ti cerco per dirti addio!
Non avrò pace, fino a quando non potrò stringerti a me, dirti le mie parole del cuore.
Sono parole dettate dall’anima, non sono banali, racchiudono un mondo di sentimenti.
Ecco, se potessi rivederti, anche per una sola, ultima volta, ti direi…
“Amore mio, vita mia, perdonami per le assenze, per i rimbrotti, per le stupide litigate, per i rimproveri su sciocche occasioni, per i battibecchi… Perdonami per i baci negati, per gli abbracci morti sul nascere, per le carezze appena accennate, per le parole d’amore non dette.
Assolvimi per le vacanze negate, per gli amici non condivisi, per non aver gioito del tuo giovane amore.
Scusami per non averti capita, per non aver compreso il bisogno di essere tenera donna, con il diritto di vivere la tua età e anche di sbagliare, per crescere.
Potrai mai accettare le mie tardive scuse?
Dovrebbe esserci sempre una seconda occasione, sarebbe l’unico modo per ottenere il riscatto sugli errori.
Tu lo sai vita mia, se ho errato, è stato solo per amore.
Un amore totale, pieno, saturo di te.
Ti ho amata dal tuo primo vagito su questa terra. Avevi gli occhi chiusi, i pugnetti serrati, il volto paonazzo, era stato difficile venire al mondo.
Ti era costata molta fatica ma, ti assicuro, anch’io soffrii molto. Davanti a te svanirono ogni dolore, ogni sussulto. Solo tenerezze per te, attenzioni, paura di non saperti crescere, di non essere all’altezza dei tuoi bisogni.
Mi sentivo un’eroina per averti messa al mondo, ora, sono una sconfitta dalla vita.
Anima mia dove sei? Chi ti fa compagnia?
Se hai bisogno di qualcosa, chi ti aiuta?
Hai ancora paura degli sconosciuti? Nella tua nuova dimensione, hai tuttora bisogno della tua mamma? Ma, soprattutto, ti ricordi di me?
Cuore mio, in un angolino della tua giovane anima, c’è un posticino per me?
Hai rimembranze dei miei baci?
Ho davanti agli occhi dell’anima i tuoi primi passettini, quando le tue braccia tese cercavano rifugio nelle mie . Ora sono dolorosamente vuote.
Ti ricordi il primo giorno di scuola? Quanti patemi per me.
Ero piena di paure: ti tratteranno bene? Farai amicizia facilmente? Ti piacerà studiare?
Sarai capace di stare tante ore senza di me?
Ora. Sono due anni senza di te.
Alcune volte non so neppure come faccio a vivere, anzi, a sopravvivere.
E’ solo il tuo ricordo che mi trascina, giorno dopo giorno, lungo la mia vita terrena.
Sai, spesso riguardo le tue foto e…rivivo i momenti magici della tua crescita.
Alcune volte mi sembra di risentire la tua risata fresca, era come sciorinare le biglie di vetro lungo una scala.
In realtà, il silenzio incombe nella nostra casa.
Rimpiango lo sbattere furioso della porta della tua camera quando, non condividevo le tue scelte, i tuoi gusti nel vestire. Addirittura, mi rammarico di non averti fatto indossare quel vestito rosso. A te piaceva tanto, io invece, ti vedevo troppo donna, quando lo mettevi.
Ora capisco, avevo paura che qualcuno ti potesse portar via, da me.
Così è stato ma, non per colpa di uno stupido abito.
Sai cosa mi danno fastidio?
I consigli degli amici: Torna a vivere pienamente, cerca di distrarti, viaggia, fai nuove conoscenze, fai volontariato….
Ma che ne sanno loro del mio dolore? Non ho più nulla senza di te! Il mio vivere è un buco nero, senza luce, senza uscita, una voragine.
In realtà sono cieca, sorda, muta, paralizzata, dinanzi ai colori della vita.
Non avverto più il calore tiepido della primavera, l’afrore dell’estate, il biancore della neve, nulla…
Sai il tuo gattino, cerca spesso le mie carezze ma, io, non riesco a consolarlo. Che cosa posso trasmettergli se non il mio dolore?
In questi lunghi due anni non ti ho mai sognata.
Pensa, i primi tempi, ho cercato di dormire anche di giorno, speravo che saresti venuta a consolarmi, a rendere tranquillo il mio sonno agitato.
Vita mia, sei ancora offesa con me?
E’ per questo che non vieni a trovarmi? Oppure non hai nulla da dirmi?
Non ci credo! L’amore tra madre e figlia è unico, unico, è fatto di piccole e grandi cose, di gesti dati e ricevuti, di sentimenti incalcolabili in termini terreni.
Anche se non ci sei più, sono sempre madre, madre che soffre per il vuoto, per l’assenza, per il diniego della tua vita, per il non esserci, adesso, nelle tua.
Se potessi tornare indietro…quante cose farei!
Vivrei la nostra vita attimo per attimo, assaporandola pienamente, nemmeno un istante andrebbe perduto perché, ciò che passa, non ritorna.
Non avrei lesinato nulla, né baci, né abbracci, mi sarei riempita gli occhi di te, sempre!
Ti avrei amato in modo palese, minuto per minuto, attimo per attimo, per riempirmi il cuore, i sensi, i pensieri di te.
Nulla della nostra vita insieme sarebbe andata perduta, per un futile motivo.
L’esistenza è troppo breve per sprecarla.
Va riempita fino all’orlo, niente deve essere lasciato nell’oblio o cadere nell’indifferenza. Avere rimpianti uccide tutto, anche il solo pensiero di un futuro.
Carne della mia carne, aiutami a vivere senza di te, consigliami un motivo valido per farlo, solo così potrò continuare a esistere in questa realtà priva di te, mio unico bene.







TI CERCO...CI SEI

Ti cerco nella quotidianità,
ti cerco negli anfratti della mia casa,
nelle pagine della mia vita.

Ti cerco nei lineamenti dei miei figli.
Sui loro volti
scorgo tracce di te.

Ti cerco nelle foto,
ti ritrovo
ma
se agogno una tua carezza
posso solo immaginarla.

Ti cerco per la strada,
tra gli sconosciuti,
che incontro,
parvenze di te mi sfiorano.

Ti cerco negli oggetti,
nell'uso che ne facevi,
chiudo gli occhi,
rivivo il tuo agire.

Ci sei
nelle pieghe della memoria,
nel ricordo delle parole ascoltate,
nel vissuto tepore degli abbracci.

Ci sei nel mio cuore,
ogni battito
è un anelito
del tuo affetto.

Ci sei
nella mia vita
sono il tuo risultato d'amore

sabato 24 settembre 2011

SE AMARE E'

Se amare è
desiderare
capire,
comprendere,
attendere,
condividere,
partecipare,
accontentare,
subire,
gridare,
bisticciare,
far pace,
gioire,
godere,
piangere,
ridere...
allora io amo,
con tutta me stessa,
consapevolmente
amo!

Vecchio

Chi è vecchio?
Chi ha vissuto con tutto se stesso,
ha  ricevuto e donato,
ha costruito e ricostruito in termini di affetti ,
ha lasciato la sua impronta nel mondo,
anche un piccolo ristretto mondo fatto di affetti?
Credo,
spero proprio di no!
E' vecchio chi non ha speranza,
attese,
chi non ama,
chi non si stupisce,
chi non prova più curiosità.
Si è vecchi non per età
ma per modalità di vita

venerdì 16 settembre 2011

LA VITA ..UNA TAZZA DI CAFFE'


La  vita....una tazza di caffè




Franca e il caffè

Amava il caffè, non c'era proprio niente da fare. A sessant'anni ne era consapevole. La mattina senza la fantastica bevanda si sentiva svuotata, senza forze, non combinava nulla per tutta la giornata. La cosa assurda era che non amava il caffè espresso, no proprio no, ma la famosa tazzina di caffè con la napoletana. In un certo senso si rendeva conto di essere un po' ridicola, preparare il caffè era come un rito, altro che quello  famoso del tè  giapponese! Era molto di più.
La sera prima preparava con religiosa puntualità la caffettiera, prima la sciacquava sotto il getto corrente del rubinetto, mai con il detersivo, sarebbe stata una bestemmia, poi asciugava ogni singola parte, quindi riempiva di acqua la caldaia, appena sotto lo sfiatatoio, poi nel serbatoio sistemava  il caffè macinato e tostato , avvitava la caffettiera e la poneva sul fornello spento. L'indomani mattina, con gli occhi ancora chiusi e cisposi, accendeva il fornello e attendeva il melodioso suono del caffè che sgorgava  caldo dal bricco e che inondava di fragranza la cucina, un paradiso!
Quel profumo l' avvicinava a Dio, appena sorseggiava la bevanda bollente e rigorosamente amara, il liquido caldo le dava una sferzata in tutto il corpo, le papille gustative gioivano, il caldo liquido sembrava penetrarle nelle vene e il cuore faceva una capriola di adrenalina. Se chiudeva gli occhi si sentiva vicino al momento idilliaco in cui i sensi sono appagati e nulla di male può succederti.
Lo stesso programma si ripeteva dopo il pranzo , ecco che il caffè diventava  digestivo, il cibo assumeva un ruolo secondario era solo l'anticipo alla bramata bevanda.
Ma non solo, se arrivavano le amiche le conversazioni  o se vogliamo i pettegolezzi avevano un altro sapore accanto al caffè, servito nelle tazzine di porcellana.
Il caffè era proprio lo scandire del tempo, l'orologio naturale attorno al quale si snodava la vita di Franca.
Lei, da giovane, era stata una bellissima ragazza. Nata in Sicilia, a Milazzo, nella vita in realtà non aveva mai desiderato nulla. Figlia unica, viziata, coccolata, aveva studiato, si era diplomata e fin da subito aveva insegnato in una piccola scuola di montagna, Santa Lucia. Quella bella mora era stata ben accolta dalla comunità montana, sorrideva spesso mettendo in mostra la dentatura regolare e bianca. Quando la carnosa bocca si apriva al sorriso, due fossette deliziose apparivano sulle guance, donandole un aspetto birichino e fanciullesco. Anche gli occhi scuri partecipavano al sorriso, si socchiudevano e folte ciglia ombreggiavano le guance.
In quel periodo il caffè  suggellava il momento del riposo dopo il lavoro. Una volta usciti gli alunni dalla scuola, al termine delle lezioni, la bidella in un angolino del corridoio, aveva ricavato una
 piccolissima stanzetta trasformandola in una sorta di cucinino dove, su un  fornelletto elettrico, preparava il caffè. Il profumo rimbalzava da un'aula all'altra, richiamando con l'aroma le insegnanti, che uscivano di corsa dalle aule come  farfalle attirate dal nettare. Si avvicinavano alla bidella e tra un sorriso e un pettegolezzo, sorseggiavano la bevanda che le rinfrancava, dopo le ore trascorse tra un compito e una spiegazione.
Ma, a ben pensarci, il caffè era comparso molto tempo prima nella vita di Franca.
Era ancora una bimba quando il papà la portava e passeggio per le vie della cittadina e, soprattutto in primavera, dopo una bella camminata,  si sedevano nel  bar del porto,   ad un tavolino posizionato sul marciapiede che costeggiava il mare. Lui ordinava un bicchierino di anice con la mosca e...la mosca era proprio il chicco di caffè che ,ogni volta, il genitore le dava  come un dono.
Lei lo metteva in bocca e lo teneva fermo nella parte interna della guancia destra, aspettava che  si ammorbidisse per poterlo sciogliere con la saliva, come fosse caramella. Già da allora gustava quel forte sapore che, in quel caso, aveva il retrogusto dell'anice, in cui fino a poco prima galleggiava, come barca alla deriva in attesa di un porto sicuro..
La sua mamma le raccontava che quando era molto piccina, ma proprio piccola, quando la vedeva sorseggiare il caffè con le amiche, allungava le manine paffute verso la bevanda scura e pretendeva di assaggiare il biscottino intinto nell'aromatico liquido.
 Insomma il caffè le scorreva nelle vene da sempre.


                                                 
L'amore e il caffè

Il caffè aveva cadenzato i momenti più importanti della sua vita.
Aveva conosciuto Giuseppe, il suo futuro marito, proprio con il caffè.
Aveva ventidue anni e una vita piena di aspettative....attendeva soprattutto l'amore con la A maiuscola. Tanti ammiratori ma il suo cuore non aveva ancora palpitato per un uomo, non voleva accontentarsi, voleva un amore eterno, sognato fin da piccola, duraturo, completo...
Un giorno, stava passeggiando in Marina Garibaldi, era primavera inoltrata, faceva già caldo e lei, insieme alla sua amica del cuore Rita, chiacchierava e gustava un gelato al caffè.
 Ad un certo punto si era sentita spingere violentemente di lato e il suo gelato era caduto a terra. Sorpresa si era girata di scatto verso chi l'aveva scostata così rudemente, pronta ad un rimprovero brusco ma... le parole le erano morte sulle labbra. Si era trovata dinanzi il più bel ragazzo che avesse mai visto, alto, biondo con due occhi azzurri come il mare siciliano quando è calmo, euna bella bocca atteggiata al sorriso.
“Scusa…scusami… ti prego, stavo cadendo e mi sono appoggiato a te. Per farmi perdonare ti ricompro il gelato.”
“Non ti preoccupare, non mi sono fatta male ma.. il gelato lo accetto!”
Franca non era mai stata sfacciata, ma in quel momento, pensava solo una cosa ”Voglio sapere chi sei”.
Era cominciata così, con un gelato al caffè, a fare da cornice al nascere di questo amore.
“Mamma vado al bar a comprare il gelato al caffè!”
Era la scusa quotidiana, di quel caldo e assolato periodo estivo, per incontrare  Giuseppe.
Tra un dolce e una tazzina di caffè, l'amore era sbocciato e si era consolidato.
“Sposiamoci, non so stare senza te!”
Diceva appassionato Giuseppe alla sua Franca, ed era come se tutte le canzoni d’amore ascoltate fino ad allora,  fossero confluite in quel sentimento così coinvolgente.
Dopo un anno erano giunte le nozze e, fra i regali, il più apprezzato fu una rossa moka da caffè.
La torta delle nozze era, naturalmente, al gusto di caffè. Il povero pasticcere per accontentare i novelli sposi, aveva faticato non poco per ricoprire la crema al caffè con una montagna di panna!
Franca era felice, aveva coronato il suo sogno d'amore.
  Ogni mattina si svegliava presto per godersi l’aromatica tazzina di caffè, si sedeva al tavolo della cucina e assaporando lentamente, ciò che per lei era “nettare degli dei”, ripensava ai baci appassionati, agli amplessi focosi, alle parole sussurrate e urlate, agli abbracci vissuti  con il suo
 Giuseppe. Dopo, preparava la colazione per il suo lui.


La famiglia e il caffè

Presto arrivarono i figli, Franca si appesantiva e Giuseppe perdeva un po’ della sua capigliatura bionda, ma gli occhi erano sempre azzurri e ridenti. Quante tazzine di caffè in quel periodo!
Caffè per stare svegli quando la notte i piccoli non dormivano, caffè per svegliarsi e andare al lavoro al mattino, caffè per i figli che dovevano sostenere esami e dovevano studiare fino a tardi.
Benedetta bevanda! La moka rossa  era stata sostituita da una caffettiera espressa su cui si  poggiavano le tazzine di porcellana e…detto.. fatto il caffè era pronto in men che non si dica.
Anche i figli, Luciana e Fabio amavano il caffè.
Erano cresciuti a baci e abbracci al sapore forte e aromatico di caffè bevuto..
Franca ricordava  quando un giorno aveva scoperto nello zaino di Luciana un sacchettino di stoffa, legato saldamente.
Lo aveva aperto con cautela, temendo di poter rompere qualcosa e sorpresa...conteneva dei profumati chicchi di caffè.
A Franca venne da ridere, come le assomigliava nei gusti la figlia.
“Luciana, scusa, ma cosa te ne fai dei chicchi di caffè?” chiese Franca
“Oh mamma, ma perchè  controlli sempre tutto? Quel sacchettino è il mio portafortuna. Ti giuro che funziona benissimo. Tiene lontani i brutti voti e le sorprese sgradite a scuola!”
Non solo...   Fabio, ad esempio, portava sempre con sé un chicco di caffè nella tasca della giacca, teneva lontano le formiche.
Lo aveva scoperto da piccolino. Era un bimbo golosissimo per cui spesso aveva nelle tasche dei calzoncini o del grembiulino, dei dolcini o caramelle appena succhiate e poi rimesse in tasca. Un giorno, aveva trovato il grembiulino, con in tasca un resto di cioccolattino, invaso dalle formiche. Franca per consolarlo e tranquillizzarlo, gli aveva detto che bastava mettere del caffè macinato per disperderle. Quell'episodio era avvenuto  in un'assolata giornata estiva ma, Fabio, non l'aveva mai dimenticato.
Franca quando vedeva i figli  arrabbiati o dispiaciuti, li consolava con un dolce al caffè.
Preparava una semplice torta  e i ragazzi mangiandola si rasserenavano, aprivano il loro cuore, e  il malcontento era subito allontanato.
“Non c' è niente di meglio della dolcezza per rasserenare” diceva sempre Franca.





Il dolore e il ..caffè

Gli anni passavano serenamente finché un giorno…..
Franca era seduta nel suo studio, stava correggendo i compiti dei propri  alunni quando il silenzio era stato rotto dallo squillo del  telefono.
Un brivido le era corso lungo la schiena, non sapeva perché ma, quel suono così improvviso l’aveva spaventata.
“Pronto Franca, sono Rita, sei sola? Si?.. allora siediti devo dirti una cosa. Giuseppe si è sentito male in ufficio, ora è in ospedale. Preparati, passo a prenderti subito!”
Franca si era sentita morire dentro, ma aveva cercato di reagire. In ospedale le notizie non erano delle migliori: principio d’infarto, Giuseppe si era salvato ma doveva stare molto attento, seguire una dieta, eliminare il caffè, non fumare, fare una vita morigerata.
Come cambiano le malattie!
Giuseppe quando tornò a casa aveva il volto scavato ed invecchiato, i capelli radi ma soprattutto lo sguardo era sconcertante ..era spento.
Franca e i figli gli si strinsero intorno per fargli sentire l’amore, la gioia di averlo ancora accanto, cercarono di infondergli la fiducia in un futuro, in cui Giuseppe non credeva più.
Franca, il caffè, ormai lo beveva di nascosto, al suo Giuseppe era per il momento negato.
Le giornate passavano uguali e sottotono, Giuseppe era triste e stanco finché un giorno di primavera..
“Giuseppe andiamo in Marina Garibaldi per una passeggiata?”Propose Franca
 A malincuore Giuseppe acconsentì, aveva perso qualsiasi entusiasmo per la vita, nonostante  avesse l’opportunità di viverla ..si lasciava vivere.
La giornata invitava davvero ad assaporarla tra la brezza leggera del mare, il profumo della salsedine, lo sciabordio delle onde sugli scogli. Il sole non era aggressivo ma era come una calda carezza sul volto precocemente segnato di Giuseppe.
Si sedettero  su di una panchina, Franca teneva il braccio del suo amato stretto al suo corpo, era come temesse potesse andar via. Giuseppe aveva gli occhi chiusi, sembrava dormisse ma le narici fremevano, era come se cercassero nell’aria un odore conosciuto ed agognato e…l’aroma giunse. Forte come solo lui poteva essere, frizzante tanto da risvegliare i sensi, caro come un compagno di vecchia data...dal bar vicino era giunta una folata di profumo di caffè.
Giuseppe aprì gli occhi e stringendo la mano di Franca disse “Ricordi il nostro primo incontro? Me lo prenderesti un gelato al caffè?”
La donna con gli occhi lucenti di lacrime fece si con la testa e correndo andò a comprarlo. Tornò subito ma ….Giuseppe aveva il capo reclinato sul petto e un sorriso sulle labbra.
Era morto così, avvolto da una brezza marina intrisa di aroma al caffè.
Quando gli disse addio,  gli mise nella tasca della giacca un chicco di caffè, quel caffè che li  aveva accompagnati nel corso della loro vita insieme.




La caffetteria

La vita di Franca era cambiata, senza il suo uomo si sentiva persa e disperata. Nulla aveva senso, si aggirava per le stanze della sua casa e tutto le ricordava l'amore perduto.
Una foto, un odore, un suono, una canzone, rinnovavano  il rimpianto per chi non sarebbe più tornato.
Le care amiche di sempre inutilmente cercavano di coinvolgere Franca in iniziative che potessero distoglierla dal lutto, tutto era un palliativo, quel peso, quel dolore in fondo al cuore, le toglievano la voglia di vivere.
Finché un giorno...la svolta!
Era una mattina come tutte le altre, almeno così sembrava a Franca. Si era alzata con quell'oppressione al cuore che non l'abbandonava mai.Durante la notte si era girata e rigirata in quel letto ormai così dolorosamente vuoto. Era un deserto senza acqua, così come le appariva la sua vita.
Era andata in cucina e si era preparata un buon caffè, anche se ormai non le dava la gioia di un tempo. Improvvisamente le era balenata un'idea, doveva fare qualcosa, doveva cambiare il suo stile di vita, non poteva lasciarsi andare così, Giuseppe si sarebbe rivoltato nella tomba a vederla senza aspettative... .
Andò in bagno e si guardò attentamente allo specchio, sotto la luce impietosa della lampada: i begli occhi erano segnati da rughe profonde di dolore, la bocca non sorrideva più, le labbra avevano assunto una piega amara verso il basso, le guance scavate, i capelli disordinati, arruffati  e con un incipiente bianco alle radici. “Così non va!” Si disse.
Giuseppe non sarebbe più tornato ma lei era ancora viva,  doveva vivere per se stessa e per i figli.
Si fece una doccia calda, si vestì con colori più vivaci, prese appuntamento dalla parrucchiera Lucia e solo, quando ne uscì trasformata, si sentì meglio.
“La vita ti pone davanti sempre dei dolori e degli ostacoli che vanno sempre razionalizzati, compresi, superati. Devi trovare nuovi stimoli per dare un senso alla tua vita, dare uno scopo che ti faccia nuovamente assaporare la gioia di vivere pienamente, per te stessa ma anche per gli altri.” Questo si ripeteva Franca mentre s'incamminava verso casa.
Doveva trovare un input che la facesse uscire dal limbo che era diventata la sua vita.
“Cosa so fare bene?” Si chiedeva  e rimuginava fra sé e sé...ma certo il caffè!
Avrebbe aperto una caffetteria, sarebbe stata elegante e raffinata con l’accostamento del velluto dei divani al legno dei tavolini e del bancone, a terra, la pietra, per creare un’atmosfera  calda ed avvolgente.
Il servizio sarebbe stato veloce  e preciso. Nel suo locale avrebbero potuto
gustare un ottimo caffè espresso, compreso il caffè biologico, ma anche sorseggiare un aperitivo particolare oppure un buon vino doc. Il tutto esclusivamente italiano e della migliore qualità.
Franca si sentiva per la prima volta entusiasta e felice, aveva uno scopo, per vivere.
Sarebbe stato bello ed entusiasmante lavorare con e per  un alimento che lei amava molto, appunto il caffè.
I mesi successivi furono frenetici ed intensi. La ricerca del  locale, le prese molto tempo, ma,  dopo tanto peregrinare, lo trovò nella zona storica di Milazzo, il Borgo. Era piccolo ma sicuramente accattivante, vuoi per la posizione ma anche per quel tocco caldo e confortevole che Franca era riuscita a dare all'ambiente. Il legno e il velluto,  così come era riuscita a concretizzare, ben si accordavano con il controsoffitto dil legno e il soppalco dove si trovavano tre tavolino rotondi.
Il bancone correva lungo la parete più lunga e alle spalle vi erano  degli specchi istoriati che amplificavano l'ambiente. Le luci soffuse rendevano la caffetteria intima ed elegante. Franca si guardava intorno, felice per la prima volta dopo tanto tempo.
Il locale lo aveva chiamato “La caffetteria di Giuseppe”, così le sembrava di averlo sempre accanto. Nella conduzione l'aiutava la sua eterna amica Rita, lei era davvero brava nel preparare squisiti dessert al caffè.
La mattina, Franca si alzava molto presto e subito si recava alla sua caffetteria. I clienti non mancavano mai, anche perchè il suo caffè era davvero diverso dagli altri.
Ne aveva comprato diversi tipi, ma lei amava soprattutto quello arabico, perchè più rinomato e dal profumo aromatico intenso, ma non  disdegnava anche la qualità robusta , più ricca di caffeina.
Una cosa era certa ormai: per bere un ottimo caffè, bisognava andare da Franca, che della sua passione aveva fatto un lavoro.
Gli anni passavano, capelli ingrigivano, le spalle si curvavano ma Franca imperterrita, continuava la sua attività.
L'amica Rita era morta, lasciandole un gran vuoto, che si era accomunato  a quello per Giuseppe. Altri volti si erano avvicendati nel suo lavoro ma, su tutti, vigilavano i principi di Franca: il caffè migliore per i clienti, accompagnato sempre da un sorriso e, nel piattino, un cioccolattino rigorosamente fondente avvolto nella bella carta dorata, come prezioso dono, 
Franca nella sua caffetteria era un'istituzione, era la zia di tutti, ascoltava i clienti, dispensava consigli, consolava...dava speranza, tutto sempre intorno ad un profumato caffè.
Ancora adesso, a distanza di tanti anni, si meravigliava della capacità della sua bevanda preferita, la gente parlava più facilmente, apriva il proprio cuore e poi, da non disdegnare,  una tazzina di caffè era davvero a portata di tutte le tasche, nonostante la crisi economica.
Nella sua passione Franca aveva coinvolto un ragazzo tunisino.
Lo aveva assunto prima come garzone, poi tuttofare fino a diventare banconista.
Era davvero diventato bravo ma, soprattutto , aveva trovato in Franca,  la famiglia lontana.
Rispettava e amorevolmente aiutava  quella signora che gli aveva dato fiducia, lo aveva tolto letteralmente dalla strada, gli aveva dato un futuro.
Ormai era lui che la mattina  conduceva con la macchina la signora al lavoro, l'accompagnava con attenzione quasi filiale, l'accudiva ed era sempre pronto  ad aiutarla e anche coccolarla.
Omar, così si chiamava, da quando sulla sua strada aveva incontrato Franca, non aveva mai più rimpianto la sua patria, in Italia aveva trovato una mamma ed anche l'amore di Laura, cameriera nella stessa caffetteria in cui lui lavorava.
Franca era stata testimone alle loro nozze.
Quella famigliola appena nata aveva sostituito i suoi figli, lontani da Milazzo per lavoro,  che vi tornavano solo durante le feste e le vacanze.
Come è strana la vita, i suoi figli lontani dall'amata Sicilia e un ragazzo tunisino accanto, che davvero viveva per  lei, con discrezione ed attenzione.
Franca, ormai da tempo, aveva preso una decisione: la caffetteria l'avrebbe eredita Omar.
Lo aveva osservato attentamente: quel ragazzo amava il suo lavoro, sentiva per il caffè ciò che lei aveva sempre provato: passione, gusto, coinvolgimento, attenzione, rispetto.
“Perchè il caffè non è solo caffè ma è uno stile di vita, non è solo  un vizio ma è linfa che ti scalda le vene, è sapore duraturo, profumo che ti avvolge, ti inebria e ti mette in pace con il resto del mondo” Affermava con convinzione Franca..
Ne era consapevole, il tempo era trascorso per lei,  lo aveva impiegato  con cura, aveva donato e creato, l'ultimo suo atto d'amore lo avrebbe fatto con la sua morte, quando la caffetteria sarebbe passata  nelle mani di Omar. Lei ne era certa , mani  forti, mature, che avrebbero portato avanti ciò che lei aveva iniziato, nel ricordo di Giuseppe. Forse, alla sua morte, Omar avrebbe aggiunto un altro  nome all'insegna “La caffetteria di Giuseppe e Franca”, la sua vita sarebbe continuata  nel ricordo di chi, come lei, amava il caffè', anzi il buon caffè.



                                                                              FINE


giovedì 8 settembre 2011

TERRA

La calpesti,
la deridi,
la usi,
la sciupi,
la depredi,
la umili,
la schiavizzi,
la rendi invivibile.

E' il tuo pianeta,
l'unico che possiedi,
l'unico su cui vivi.

Non ti soffermi mai
sul tuo operato.

Non ti chiedi mai
le conseguenze del tuo agire?

Verrà il tempo in cui
la tua risposta
non sarà più necessaria!!!

martedì 6 settembre 2011

la casa

LA CASA

Tornavo alla casa dei nonni dopo tanti anni. Era arrivata la lettera del notaio che mi invitava a prendere possesso dell'eredità lasciatami dal nonno Nunzio. Io, cittadina milanese da molti anni, avevo in fondo al cuore, laddove rimangono sopiti i ricordi, quella casa prospiciente alla strada che conduceva alla “Raffineria di Milazzo”. Non c'ero mai voluta tornare in quella dimora che mi aveva vista bimba felice tra bimbi felici.
“Devo tornare a Milazzo, almeno per le vacanze di Natale, voglio rivedere la casa e poi deciderò cosa farne!, dissi con decisione a mio marito, non ammettendo repliche. “E ci andrò da sola, non voglio essere in alcun modo influenzata!”
Povero Carlo, non proferì nemmeno un “bha”, aveva avvertito che la decisione era stata presa. Mi guardò con gli occhi rassegnati, con un laconico “Hai già deciso” prese il giornale e si allontanò dalla stanza.
La sera stessa prenotai il vagone letto che da Milano mi avrebbe riportato al mio paese d'origine, sarei partita il 23 dicembre e sarei tornata a Milano il 2 gennaio.
Arrivò il giorno della partenza, Carlo mi accompagnò alla stazione, portò lui la grande valigia, la mise nello scompartimento e con un bacio mi salutò dicendo “Sono sicuro che farai la cosa giusta!” E se ne andò.
Il viaggio fu lungo ed estenuante, forse a causa del mio stato d'animo, la notte riuscii comunque a dormire e mi svegliai a Villa San Giovanni. con il profumo del mare. Mi rivestii e mi affacciai al finestrino e vidi lo Stretto di Messina. Stavo giungendo a casa.
Quando si dice che i sensi risvegliano i ricordi, Dio quanto è vero! Il profumo del mare mi risvegliava ricordi mitigati dal tempo, insospettati, mi venne in mente quando viaggiavo con mia madre, una donna bellissima, bionda e alta, che quando camminava faceva realmente girare la testa a uomini e donne.
Giunta alla stazione di Milazzo presi il taxi che mi portò in albergo, in pieno centro, l'indomani sarei andata alla casa dai nonni.
La notte la trascorsi serenamente e l'indomani la prima cosa che feci, uscendo dall'albergo, fu quella di affittare una macchina e quindi ritornare nei luoghi dell'infanzia.
Nonno abitava nella zona limitrofa alla “Raffineria di Milazzo. Intorno al 1200 quella zona faceva parte della riserva personale di Federico II di Svevia, infatti tutt'ora si chiama zona “Parco “ e i nonni abitavano a “Casa Carrozza” proprio dove il regnante teneva le sue carrozze.
Quando aprii la porta della casa di nonno Nunzio… Dio che emozione, fu come se il tempo si fosse fermato. Entrai… ed eccomi nella prima stanza con la credenza con i vetri dipinti con nature morte,
le sedie dall'alto schienale e la seduta in paglia, il tavolo in legno, quadrato, che mi ricordo veniva aperto se c'erano ospiti a pranzo. L'attaccapanni con lo specchio macchiato e quel pavimento in cotto rosso con le losanghe scure.! Quante volte bambina mi sono coricata su quel tavolo ascoltando il racconto del nonno che mi accarezzava i capelli e mi parlava di sogni e di guerre.
Mi incammino nella stanza attigua: la camera da letto con due alti comodini, la pettiniera, il letto con la testiera in legno e l'immancabile baule, il vecchio televisore Radiomarelli, mastodontico rispetto a quelli odierni.
Ricordo che la sera mi coricavo tra i nonni, per poter vedere le trasmissioni dopo il “Carosello”, ma la mamma mi richiamava e mi riportava con lei, al piano di sopra, dove c'erano le nostre stanze da letto, molto spartane, per la verità, ma ugualmente accoglienti . La vita della casa, vicina alla rete ferroviaria, era scandita dal passaggio dei treni che facevano vibrare i vetri , giorno e notte, eppure nessuno soffriva d'insonnia!
Vago per la casa, apro le imposte ed entro nella piccolissima cucina con il focolare in pietra. Mi sembra quasi di assaporare quei cibi semplici e squisiti che preparava la nonna. In tutti gli anni a seguire non ho più ritrovato quegli antichi sapori, quei profumi che invadevano le stanze.
Ricordo che verso mezzogiorno tutta la strada era invasa dai profumi di cibi diversi, lo stocco di nonna, il minestrone della signora Mattia, la pasta con la salsa del signor Bartolo, che estasi per i sensi! E nessuno era obeso, certo macchine pochissime, biciclette si, ma soprattutto tanto lavoro in campagna.
Noi bambini giocavamo nella strada: alla campana, a nascondino, a stella stellina, moscacieca, le nostre urla e risate non disturbavano nessuno anzi, gli anziani si affacciavano sulla porta di casa e ci dicevano: “Bedda a carusame!”(Bella l'infanzia) Oggi una cosa del genere non avviene più, i bambini sono piccoli vecchi che non devono disturbare gli adulti, che tristezza!
Apro l'armadio della camera dei nonni e un odore di chiuso mi investe le narici, incredibile sono ancora appesi i loro abiti, scuri,ordinati, spesso rattoppati perchè nulla veniva buttato ma tutto poteva essere riutilizzato. Mi viene in mente la nonna che rattoppava i pantaloni da lavoro del nonno, con dei punti invisibili ,in modo che non si vedessero. I vestiti di nonna avevano sempre un colletto o ricamato o abbellito con il merletto, che eleganza anche nella dignità della povertà.
Mi stupisco ancora adesso nel vedere i colori sempre molto sobri, mai appariscenti ma così decorosi ed eleganti.
Apro anche il baule, lo chiamavo “il baule delle meraviglie”, racchiudeva il corredo da sposa.
Nonna mi raccontava che la dote era importantissima: 12 lenzuola sopra, 12 sotto, 24 federe. 12 asciugamano , mutande, sottane, abiti e cappotto da “sposina”. Le ragazze lo preparavano fin dalla pubertà e intorno ai telai si riunivano, ricamavano e sognavano l'amore.
Il corredo di nonna era stupendo , tutto ricamato, trine e pizzi per la biancheria intima, il capo che più mi piaceva era il lenzuolo con lo “sfilato siciliano con le fedi intrecciate”.
Oggi… un paio di lenzuoli con gli angoli, magari marroni e via! La cura per i particolari non vi è più, la bellezza del ricamo è stata sostituita dalla necessità della praticità.
Attira la mia attenzione la foto incorniciata dei nonni, ritrae le loro nozze, nonna mi raccontava che aveva fatto la “fiutina” perchè erano cinque sorelle in casa e i genitori non si potevano permettere un matrimonio tradizionale. Lei, però, donna decisa, si era sposata in sacrestia, così si usava allora, con un elegante abito nero ma con in testa un cappello anni venti in velluto ricamato, aveva anche preteso di andarci con la carrozza, era stata accontentata, solo che il cavallo un po' affamato, all'uscita dalla chiesa si era rifiutato di ripartire, costringendo gli sposini a tornare a casa a piedi.
Beati anni difficili, ingenui, ma genuini nei sentimenti!!!
La nonna era un'apprezzata sarta, nonno Nunzio faceva il segantino con una dedizione totale, amava il legno e ogniqualvolta realizzava un lavoro era come se gli avesse donato l'anima.
Quando la sera tornava a casa, trovava sempre il tempo di raccontare la mia storia preferita: la chioccia con i pulcini d'oro, e quando il tempo lo permetteva, mi conduceva in luogo che io ritenevo “magico”..
Dunque, ci sedevamo su di un masso di granito grigio scuro in parte interrato , ed iniziava il suo racconto.
“…....Tanto tanto tempo fa, questa zona era tutta occupata da alberi e prati, tanti animali selvatici vi scorazzavano. L'imperatore Federico II di Svevia, veniva una volta alla settimana e alcune volte anche di più, a cacciare la selvaggina.
Lasciava qui la sua carrozza, tutta ornata di fregi d'oro e insieme ai suoi cavalieri iniziava la battuta di caccia.
Quando il nobile aveva ucciso un gran numero di selvaggina, tornava al suo castello, al borgo di Milazzo e, insieme ai suoi amici cavalieri, la mangiava di gusto festeggiando con danze e ballate .
Federico II era molto ricco, ma naturalmente aveva anche paura di poter perdere le sue ricchezze, per cui proprio a “Casa Carrozza” aveva fatto sotterrare, dai suoi fedelissimi, un imponente tesoro, poi per non dimenticare dove fosse, visto che i suoi possedimenti erano davvero tanti, aveva segnato il posto esatto con questo enorme masso.
Chi sarebbe riuscito a toglierlo, sarebbe divenuto il possessore del tesoro.
Si narrava che fra i gioielli vi fossero anche una chioccia tutta d'oro con i pulcini, anch'essi di metallo prezioso. Chi sarebbe riuscito a trovarli, avrebbe ridato la vita a questi animali e cosa incredibile la gallina avrebbe deposto uova d'oro massiccio. In tanti avevano tentato di spostare il masso ma nessuno c'era mai riuscito.
Nel corso degli anni vari furono i tentativi per rimuoverlo. C'è anche chi provò con i cavalli, legando la parte superiore del masso con una corad, ma..inutilmente. Durante la II guerra mondiale, i soldati americani, conoscendo la storia avevano cercato di frantumarlo passandovi sopra con il carro armato, niente! Immobile, quasi eterno.
Intorno agli anni cinquanta, qualcuno durante la notte sparò alcuni colpi di pistola: inutile, non riuscì neppure a scalfire il granito! Mistero.”
La storia raccontava anche che, che si sedeva sul masso, durante le sere di luna piena, se poi guardava a terra avrebbe trovato delle monete. La chioccia infatti pur essendo nascosta a tutti, riusciva a far risalire in superficie le monete che produceva.
Da bambina trovavo sempre qualche soldino tra l'erba ed ero tutta eccitata quando mostravo al nonno ciò che avevo trovato. Lui sorrideva “sotto i baffi” mentre io saltellando di gioia mostravo a tutti quanto trovato, avvalorando la storia del tesoro. In realtà era nonno che, senza che io me ne accorgessi, metteva a terra 10...20,...50 Lire.
Con quel piccolo gesto mi sentivo trasportata nel mondo magico che solo lui sapeva creare….
…Mi aggiro nelle stanze , una vita racchiusa fra queste mura, cosa ne farò? Posso vendere ad estranei questa casa con tutta la sua storia di amore, magia,dolore, gioia, morte?
Una lacrima furtiva mi scende lungo le guance.....domani incontrerò il notaio, avrò tempo per decidere, ma prima, voglio raccontare ai miei figli chi erano i nonni, cosa hanno fatto, cosa hanno creato, devono conoscere questa casa, la storia di questi nonni ..... farà loro bene





lunedì 5 settembre 2011

Io non sono disponibile

Io non sono disponibile:le donne, il loro corpo,il potere.

Era capitato di nuovo, il corpo le doleva per le botte, la violenza assurda e cieca che ogni volta la lasciava senza energia, priva di qualsiasi forza fisica ed emotiva. Se si chiedeva da cosa era stata scatenata quella crudeltà, non riusciva neanche a trovarla.
Era rannicchiata a terra e non riusciva a muoversi, era al buio, sentiva il sapore del sangue in bocca, si era nuovamente morsa la lingua per non urlare e non farsi sentire dai vicini.
Sentiva un gonfiore doloroso sullo zigomo sinistro, dove era arrivato lo schiaffo, questa volta sarebbe stato difficile coprirlo o almeno attenuarlo col fondotinta, poi aveva un dolore lancinante al basso ventre dove era arrivato il calcio. Doveva comunque farsi forza e alzarsi, lui ormai si era sfogato e se ne era andato via sbattendo la porta. Non fosse più tornato sarebbe stata una liberazione, invece tornava ogni volta, con il capo coperto di cenere, dei fiori in mano ed ogni volta le diceva “ E' colpa tua, lo sai che certe cose non le sopporto, non mi devi rispondere in maniera sgarbata, devi cucinare bene, devi tenere la casa ordinata, devi essere come mia madre, silenziosa ed innamorata ! Sei mia ricordatelo, solo mia!” E lei stupida ogni volta si sentiva inadeguata, incapace di provvedere a se stessa e soprattutto incapace di amare come il suo uomo voleva.
Quando era iniziato tutto? Ancora se lo ricordava. Aveva solo sedici anni e frequentava la quarta liceo scientifico. Amava la scuola, lo studio, i ragazzi non le interessavano molto, aveva amici della sua età e le sembravano solo piccoli ed immaturi. Aveva tanti ammiratori, era davvero carina ma soprattutto aveva delle idee chiare, studiare, diplomarsi e poi frequentare la “Sapienza” a Roma, voleva diventare biologa, amava la natura, il mare, gli animali, il mondo era suo.
Da alcuni giorni si era accorta di un bel giovane che sostava sempre vicino alla scuola, se lo ritrovava al mattino e all'uscita, lì sempre vicino al lampione, la guardava con insistenza, poi andava via. Finchè un giorno la avvicinò “ Ciao sono Giulio posso accompagnarti a casa? Lei si era schermita e aveva fatto un cenno alla sua migliore amica Carla, perchè non la lasciasse da sola con uno sconosciuto. Per fortuna l'avave capita, così si erano avviati tutti e tre alquanto impacciati.
Era cominciata così. Ormai era un'abitudine, lui ad aspettarla tutti i giorni, gentile, discreto, affettuoso, mai volgare, mai insistente e lei, si era innamorata, perdutamente.
Le sembrava di vivere su di una nuvola, lei si meravigliava della sua costanza, era capace di stare anche tutta la mattina appoggiato al muro dinanzi alla scuola inviandole messaggi pieni d'amore che riusciva a leggere soltanto durnte il cambio d'insegnante. Non l'aveva insospettita la sua perseveranza o il fatto che tendeva ad allontanarla dai compagni di scuola, lei praticamente stava sempre e solo con lui.
A casa non sapevano nulla di questo amore, ogni tanto aveva voglia di confidarsi con la madre ma
Giulio l'aveva dissuasa affermando che gli amori clandestini o come lui diceva, rubati, erano il massimo del sentimento..
Avevano deciso che appena avesse compiuto diciotto anni sarebbe andata via con lui.
Questo amore era diventato totalizzante, ora col senno di poi si chiedeva se era amore o solo ossessione.
Le mattinate a scuola si erano trasformate, niente più la interessava, i voti precipitavano e lei viveva per Giulio che era onnipresente nella sua vita. Come aveva fatto a non accorgersi che quel ragazzo era troppo presente, non lavorava, non studiava, era sempre a sua disposizione, come non si era accorta che in realtà controllava tutta la sua giornata con messaggi, telefonate, improvvisate sotto la sua casa?
Erano trascorsi così gli anni con quella illusione di amore e compiuti i diciotto anni, lei era andatta via di casa, lasciando un biglietto alla sua famiglia: Scusatemi, amo Giulio, vado a vivere con lui, niente ha importanza per me se non il suo amore, perdonatemi, se potete, vi amo tanto. La vostra piccola._
E così era iniziata la vita di coppia. Erano andati a vivere a Milano, in un piccolissimo appartamento di periferia a Segrate.
Giulio aveva trovato lavoro come cameriere in un bar di Milano, lavorava tutta la notte. Lei aveva chiesto di poter contribuire alle spese di casa lavorando, ma Giulio con voce suadente aveva ribattuto: “Amore sono io che
devo mantenerti come una regina, tu starai a casa ad aspettarmi e sarà bellissimo, il nostro amore crescerà ancora di più se possibile.”La realtà era diversa, dopo i primi tempi lei non ne poteva più di stare in casa sempre sola o con lui.
Aveva nuovamente azzardato l'ipotesi di un lavoro ma Giulio era stato irremovibile, per la prima volta l'aveva afferrata per il braccio e glielo aveva strattonato violentemente, poi si era come ricomposto e dolcemente l'aveva baciata dicendole”tu sei solo mia, ricordati”
Quella notte quando lui si era allontanato per recarsi al lavoro ,lei aveva pianto e si era chiesta chi era in realtà l'uomo che amava, che aveva deciso di seguire abbandonando gli studi, la sua famiglia, i suoi amici.
I giorni si susseguivano sempre uguali, monotici ma c'era qualcosa che la disturbava, aveva notato che Giulio spesso le prendeva il cellulare e con la scusa di una telefonata controllava i suoi sms.. Quando aveva chiesto delle spiegazioni lui aveva scrollato le spalle e la sua risposta era stat agghiacciante “ Voglio sapere tutto della mia donna, nulla mi può sfuggire”
Da quella volta aveva imparato a cancellare i messaggi che riceveva dai suoi amici, in special modo quelli della sua amica Carla alla quale aveva accennato che non era poi così idilliaca la sua vita di coppia.
Il momento peggiore era stato però quando Giulio, tornando a casa aveva trovato il postino che stava scendendole scale del palazzo dove abitavano.
Aveva iniziato ad urlarle insulti, accusandola di averlo tradito e poi aveva detto”Ti darò una lezione che non scorderai mai più” E aveva iniziato a colpirla con pugni e calci. Lei si era raggomitolata in posizione fetale cercando di resistere ad un certo punto Giulio si era calmato e piangendo aveva iniziato a cullarla, scusandoasi, affermando che era il grande amore che provava per lei che lo faceva ammattire, che non sarebbe accaduto mai più.
Era iniziato così e poi era regolarmente continuato, prima ogni tanto, poi sempre più di frequente, le botte erano incessanti e lei ormai sperava solo di morire per non soffrire più.
Ormai Giulio chiudeva la porta a chiave quando andava via,le aveva sequestrato il cellulare, le impediva di uscire anche per fare la spesa, era una reclusa.
I suoi genitori avevano provato a contattarla ma lei era stata obbligata a mentire affermando che si sarebbero trasferiti a Londra per un importante lavoro di Giulio, di non preoccuparsi perchè era felice e presto si sarebbe fatta sentire.
Non si lavava più, non faceva più nulla in casa,la depressione l'aveva avvolta nelle sue spire, così non soffriva.
Ogni tanto le venivano in mente le parole della sua professoressa di filosofia quando in classe parlava della forza delle donne, dell'appropriazione dei propri diritti. Una risata amara le saliva alla gola, le lacrime le scendevano inutili lungo le guance, e sentiva di non aver la forza di ribellarsi.
Quel giorno si sentiva peggio del solito, si era avvicinata alla finestra e senza aprire le imposte perchè Giulio non voleva, aveva a lungo osservato due bimbi che giocavano sul marciapiede, ad un certo punto il maschietto prepotentemente aveva spintonato la bimba per appropriarsi di un palloncino, la bimba pur barcollando per la spinta, non si era persa d'animo e aveva reagito, riappropriandosi del palloncino e tirando un calcio al compagno.
Quella scena l'aveva fatta riflettere, perchè non reagire, perchè non riappropriarsi della sua vita, aveva solo ventidue anni, doveva farcela!
Aveva trovato un pezzetto di carta in un cassetto e con una penna aveva scritto un messaggio”Aiuto sono prigioniera, liberatemi, abito al terzo piano , interno B,n.35.Fate presto!.
Aveva appallottolato il foglietto e lo aveva lanciato da una fessura della persiana e aveva atteso.
Così era iniziata la sua liberazione e la sua nuova vita.
Quel foglietto di carta prima era caduto sul marciapiede, poi un bimbo lo aveva preso a calci come si fa con un pallone, poi incuriosito lo aveva raccolto e aperto, letto il messaggio era andato dalla madre che non aveva perso tempo nell'avvertire i carabinieri. Lo stesso pomeriggio avevano dovuto abbattere il portoncino di casa per liberarla.Prima era stata condotta in ospedale per un'accurata visita medica che aveva riscontrato anche traumi precedenti e non solo quelli recenti, poi l'avevano condotta in una struttura per l'accoglienza delle donne maltrattate.
Avevano avvertito anche la sua famiglia che dopo tanto tempo era riuscita a rivedere.
Giulio era stato fermato e denunciato per sequestro di persona e maltrattementi.
Lei non voleva più sapere nulla di lui, sapeva che la risalita sarebbe stata difficile, ma ce l'avrebbe fatta, lei non era più disponibile, la sua vita le apparteneva, il suo corpo era solo suo e a nessuno avrebbe più permesso di maltrattarla, colpirla. Avrebbe prima amato se stessa, poi forse, quando le ferita dell'anima si sarebbero rimarginate, anche un uomo degno di questo nome.







Pietro il...quasi adatto

Pietro…il quasi adatto



“Tutti a terra! Mani bene in vista! Non fate scherzi o assaggerete le mie pallottole! Tu in fondo, dove credi di andare, faccia a terra, allarga le gambe, non alzare il viso! Devi respirare la polvere!
Mi diverto enormemente a urlare, far paura a quei disgraziati che, per un malaugurato scherzo del destino, hanno incrociato i miei passi.
Sono super gasato, incavolato nero ma, finalmente, faccio vedere chi sono al mondo intero.
“ Chiudete le imposte, non lasciate filtrare alcuna luce verso l’esterno. Consegnatemi tutti i cellulari se non volete che vi faccia saltare il cervello!”
Mentre così urlo dentro di me sorrido, finalmente mi ascoltano e mi prendono sul serio.
Io, Pietro, l’uomo invisibile, chi aveva accettato sempre supinamente tutto, finalmente sono ascoltato.
Sicuramente sarebbe stata una lunga giornata e forse un’altrettanto lunga notte.
“Tutti voi, siete miei ostaggi, alzatevi lentamente, tutti… tranne te!” dico rivolto a una giovane impiegata della banca che ho assaltato. “Lentamente andate nella stanzetta attigua, sedetevi in modo che vi possa legare alle sedie! Tranquilli che non vi accadrà nulla, fate ciò che vi dico!”
Diligentemente come pecore, è proprio il caso di dirlo, ubbidiscono ai miei comandi.
Una volta seduti, con un grosso rotolo di nastro adesivo, li lego tutti. Alcuni, quelli che mi sembrano più facinorosi, vengono anche imbavagliati. Poi chiudo la porta a chiave e mi dedico all’impiegata.
Ha gli occhi sbarrati dalla paura, la bocca aperta in un silenzioso urlo, tutto il suo corpo trema ed io guardandola, penso “Dovevi temermi per vedermi?”
Il suo viso non esprime solo terrore ma anche una domanda”Perché?”
Come posso spiegarle che il mio agire nasce proprio dal suo comportamento. Lei sembra non conoscermi, anche se io, per spavalderia, non ho calato alcuno schermo sul mio viso.
Io la conosco benissimo. Quasi tutti i giorni passavo davanti alla banca, dove lei lavorava, sapevo anche il suo nome:Maria. Spesso facevo versamenti, utilizzavo il bancomat, anche per prelevare pochi spiccioli, solo per vederla. Lei niente.







Anzi, sicuramente si era accorta di me, un giorno per sbaglio le avevo sentito dire “C’è uno sfigato
che mi viene dietro, ha la faccia del perdente, figurati se gli do retta. Se lo vedo ancora fuori ad
aspettarmi chiamo il vigilante, così si toglie la voglia di stare a guardarmi.” Tutto questo con un tono di scherno che mi aveva ferito più di altre azioni.
Eppure nella mia breve vita quante umiliazioni!
Mentre osservo Maria, che si è quasi lasciata andare in una sorta di apatia , mi vengono in mente tanti episodi passati. Sono sempre stato un ragazzo molto semplice, cresciuto in una famiglia in cui l’unico vero valore era l’obbedienza cieca e assoluta.
Mio padre, colonnello dall’aereonautica, neppure in casa cambiava il ruolo, avendo sempre confuso la mansione di genitore con quella di addestratore. Io avevo un sacro terrore di lui, mi sentivo sempre inadeguato. A scuola anche un ottimo voto non era mai il massimo “Avresti potuto fare meglio!” Questo il suo pontificare. Mia madre poverina, santa donna, pace all’anima sua, non aveva il coraggio di ribattere ma, quando restavamo soli, io e lei, mi copriva di baci e carezze, cercando così di alleviare il mio senso di sconfitta.
Non so quanto mi fu utile una tale disparità di trattamento, so solo che un giorno mio padre, rientrando prima dal lavoro, mi trovò in braccio a mia mamma. Avevo solo nove anni ma, non dimenticherò mai come ci trattò. Mia madre fu rimproverata aspramente e accusata di farmi crescere come una donnetta, a me invece disse che non vedeva alcun futuro uomo in me, solo un pusillanime che avrebbe distrutto la propria vita, perché incapace di agire da solo, di reagire dinanzi alle complessità della vita.
Fu tremendo perché la mia autostima, che cercava di crescere anche attraverso le difficoltà, fu uccisa per sempre.
E adesso ho finalmente ai miei piedi Maria che mi supplica con gli occhi da lasciarla andare, di non farle del male, perché non lo merita proprio.
Un sorriso di scherno mi sale alle labbra, dov’è finita la ragazza intoccabile e sicura di sé?
Forse adesso mi avrebbe capito e avrebbe compreso cosa significa stare dalla parte del perdente.
La osservo attentamente, è bella nonostante la paura, mi guarda come se vedesse il diavolo, non è proprio quello che voglio.






Come faccio a dirle che sono innamorato di lei, che ho sempre cercato di palarle, ma lei non mi ha mai veramente ascoltato o visto. Ora è troppo tardi!
Una luce intermittente s’intravede tra le imposte delle finestre. È arrivata la polizia, ora inizia il bello.
Mi sono preparato alla perfezione, so benissimo che non ne uscirò vivo, desidero…voglio, che tutti sappiano la mia storia, perché sono il risultato della loro società.
“Sono l’ispettore capo De Franchi, prendi il telefono quando lo sentirai squillare, così ci farai sapere cosa vuoi per liberare gli ostaggi”.
Mi viene da ridere, mi sembra di essere finito in un telefilm americano, non hanno capito nulla, io non parlo, non chiedo, non voglio nulla. Quando ho parlato, ho chiesto, ho sperato, solo porte in faccia e sorrisini di superiorità: “Guarda… guarda che anche questo povero illuso vuole qualcosa” potevo sempre leggere fra le righe.
Oggi finalmente sono io che ho il coltello dalla parte del manico e vedranno di cosa sono capace.
Sento un mugolio che proviene dalla stanza degli ostaggi, apro la porta : uno dei più giovani mi fa segno che l’impiegato più anziano sta male. Lo guardo, non provo compassione, mi avvicino.
Il volto è cadaverico, assomiglia a mio padre e una rabbia intensa mi assale, poi mi blocco, mio padre è già sistemato, un provvidenziale ictus gli ha tolto qualsiasi velleità di comando. Lui, il superuomo ha bisogno degli altri, anche di me, per le più basilari funzioni vitali. Ironia della sorte! Se lo merita, anche lui è stato causa dell’inadeguatezza che mi ha sempre perseguitato.
Prendo una bottiglia d’acqua, posta vicino al tavolo, gliela verso sul volto. Il poveraccio apre gli occhi, mi guarda, sembra volermi dire qualcosa…non lo voglio sapere, la sua preghiera resterà inascoltata. Le mie lo sono sempre state.
Mi viene in mente quando vi fu la festa di fine anno a scuola. Ero follemente innamorato di Lilly, la più carina di tutte. Lei era l’unica a non prendermi in giro, a darmi dei consigli, a fare da scudo alle frecciatine delle sue amiche ma, quando le chiesi se voleva essere la mia ragazza, le sfuggì una risata, non era riuscita a soffocarla sul nascere.
Fu un momento tremendo da cui non mi sarei mai più ripreso.
Quando mi sembrava, di poter essere finalmente felice ecco che la realtà mi precipitava a terra.





Io ero inadeguato, ero l’incapace di turno, ero quello che non brillava negli studi, né nello sport, non ero nulla.
Ero solo una suppellettile che faceva sentire “buona” Lilly, quando mi aiutava, tutto qui.
Ero la sua buona azione quotidiana.
Richiudo la porta e lo squillo ripetuto del telefono mi riporta alla realtà.
Non ho intenzione di rispondere, d’altronde cosa dovrei dire: “Voglio un elicottero per fuggire, voglio dei soldi, un salvacondotto? No. voglio solo che si conosca la mia storia.
Io… Pietro, laureato in giurisprudenza, ventisette anni, non ho mai realizzato un sogno: lavorare utilizzando le competenze, ottenere riconoscimenti per quanto fatto, amare ed essere riamato, nulla . c’è sempre stato qualcuno che ha occupato il mio posto ma non per meriti, solo per conoscenze.
Odio questa società, questo paese, che non mi ha compreso e amato.
Che non ha mai visto di là dalle apparenze.
In uno dei colloqui cui mi sono presentato, mi è stato anche detto che la bella presenza era necessaria. Non sono un mostro certo, ma neanche un adone, solo un ragazzo normale che ha sempre faticato per essere e non solo apparire. Forse sono retrogrado altri sono i valori di oggi.
E in nome di questi valori: la legge del più forte, oggi ho agito.
Maria si è alzata da terra e mi guarda, si è avvicinata.”Mi ricordo di te, sei quel ragazzo gentile che spesso è venuto in banca. Sei sempre stato così educato. Cosa ti è successo? Ti ho aspettato, non sei più venuto!” mi dice ancora incredula.
La guardo, mi sembra sincera, forse anch’io sarei stato amato e avrei potuto amare, solo se avessi avuto il coraggio di osare. Le sfioro la guancia con una carezza. Lei non si ritrae, forse ha paura che mi arrabbi. Nei suoi occhi leggo ancora quella domanda” Perché?”
Mi accascio sulla sedia e mi chiedo come le posso far capire come si sente chi è sempre respinto. E’ come essere sempre in una strada in salita, quando pensi di aver raggiunto la meta ecco, che arriva una folata di vento freddo che ti riporta a valle. Tu speri che sia l’ultima volta e ricominci la salita, sei nuovamente respinto, una, due, cento volte. Poi le forze vengono meno, alla fine rinunci e fai una pazzia. Non puoi subire in eterno.





.



“Maria , non so cosa mi sia accaduto ma, oggi, è stato il giorno della vendetta. Tranquilla non farò male a nessuno ma, ti prego, racconta agli altri di me.
Dì loro che non ero cattivo ma triste, solo, senza amore. La comprensione deve essere alla base delle relazioni umane. Come diceva Spinoza “ Non ridere..non piangere. ma capire”.
Sento uno schianto alla porta…uno sparo, avverto qualcosa di caldo al petto e poi le braccia di Maria che mi sorreggono.”E’ dolce morire così!.”