sabato 15 ottobre 2011

La solitudine

La solitudine

Non chiedetemi cos'è basta guardarmi, la vivo giorno per giorno, notte dopo notte, ora dopo ora. Si sono sola, non perché nessuno mi stia accanto, ma sono sola ... nell'anima.
Non è facile descrivere la solitudine, nonostante sia la mia costante compagna da tre anni.
Se mi volto indietro una vita piena di attività, affetti, lavoro. Mi sentivo come quelle rondini sempre indaffarate a volare, cercare cibo, costruire il nido, amare, covare le uova, crescere i piccoli e poi, ricominciare di stagione in stagione. Ora... il nido è vuoto, sono cresciuti tutti, gli anziani andati via per la loro naturale dimora, i figli sposati, i nipoti cresciuti e a me... cosa rimangono?
I ricordi non bastano a colmarti le ore.
Quando la solitudine, diventa la compagna delle tue giornate e delle tue notti, ti avvolge completamente come un mantello, ti spegne le attese, la gioia del domani. Non vi è più nulla.! L'anima è un buco nero, già come quelli di cui parlano gli astrofisici, un buco nero che ti risucchia, ti toglie i colori della vita.
La vita, la mia una volta era a colori, il rosa dell'attesa, il rosso dell'amore, il bianco del candore, il giallo della gelosia, il verde della speranza. Adesso ha i toni del grigio e del nero. Il grigio della mia esistenza, il nero delle mie notti insonni, il fumo della mia vita.
Perché dico fumo? Perché mi accorgo di mandare in fumo i miei ultimi anni, non li vivo, me li lascio scorrere addosso come acqua che ti bagna, ma non ti lava.
Non riesco a reagire, nulla mi scuote, tutto è come leggera carezza, sai quella dei bimbi piccoli che imparano i primi movimenti e sono circospetti e tintinnanti? Si proprio quelli. Insomma non lasciano alcuna traccia.
Spesso sorrido, specialmente quando accanto ci sono i figli, ma, è un sorriso che non raggiunge il cuore, la mente, gli occhi, è come un
sussulto delle labbra, serve solo a tacitare i sensi di colpa degli altri.
Quando vengono a trovarmi, cerco di fingere la gioia ma, non credo di riuscirci bene, si può fingere una tale esplosione di emozioni?
Penso proprio di no!
La gioia è tempesta, amore dato e ricevuto, è nascita, è passione, fuoco, io non provo più tutto questo. Sono ormai come un focherello nato da pochi sterpi bagnati che cerco di tenere acceso perché ho paura, nonostante tutto, della morte.
Il pensiero della morte mi è sempre accanto ma, ho paura di ciò che non conosco. L'incertezza dell'aldilà mi frena dinanzi ad un gesto inconsulto.
Non potrei dare volontariamente un dolore così grande ai miei figli, non me lo perdonerei mai. Non riposerei il giusto sonno eterno.
Come sono arrivata a tutto questo? E' facile dirlo e trovarne la causa: la morte.
L'abbandono del mio compagno di vita. Tanti e tanti anni vissuti insieme.
Avevo solo diciotto anni quando l'ho amato e settantanove quando l'ho perso. Come posso colmare il vuoto che mi ha lasciato?
Nulla, niente può riempire la voragine che vi è nel mio cuore.
Quando ascolto i giovani che parlano di amore... mi arrabbio, mi infurio, in fondo torno combattiva.
Che ne sanno di amore? Io ne posso parlare con cognizione. L'amore è tutto!
All'inizio, almeno per me, è stata attesa. Si attesa di una carezza nascosta agli sguardi attenti dei genitori, sentinelle della verginità, è stato bacio casto e furtivo, uscite strategiche da casa per incontrarlo poi........attesa e ancora attesa di potersi unire carnalmente, con tutti i sensi all'erta. Voglia di scoprirsi finalmente come uomo e donna che possono amarsi non solo col pensiero ma con il corpo, con la bocca, le mani, gli occhi, con la passione.
L'amore è stato risparmio sulle piccole cose, sacrificio, abnegazione, ma soprattutto comprensione. Il mio è stato gelosia e grosse litigate e poi… baci focosi per fare pace. Ma è stato bello anche l'amore della maturità fatto di sguardi e di carezze, che della passione contenevano solo il ricordo, ma era sempre amore.
Negli ultimi anni della nostra vita insieme, mi bastava tenerlo per mano, per sentirmi felice, preparargli i piatti che più gradiva, per sentirmi appagata.
Questo è amore, far felice chi ti sta accanto senza mai dimenticare te stessa.
Ora mi manca … con i sensi, col corpo, con la voce, mi manca la sua presenza costante.
Spesso me lo sento accanto, vorrei credere ai fantasmi, la mia solitudine sarebbe colmata ma, non è giusto. Le coppie che si sono amate davvero, dovrebbero morire insieme. Insieme nella vita e nella morte. Un po' come avviene in India, le vedove si lasciano morire sulla pira infuocata su cui si trova il corpo del proprio caro. Il giorno della sua morte forse, non lo avrei fatto ma, oggi... la mia vita mi sembra inutile.
La solitudine si è impossessata di me.
Mi capita una cosa pazzesca parlo da sola, cioè non proprio al vento ma immagino che lui mi stia accanto e allora...gli racconto tutto. Gli confido i miei pensieri, i miei affanni, i miei dolori.
Gli parlo di quanto sia vuota la mia casa senza di lui, com’è fredda la mia vita senza la sua presenza, il nostro letto è immenso senza la sua parte occupata. Gli ho raccontato che dal lato, dove preferiva dormire, la notte metto tanti cuscini, li dispongo come una sagoma umana, così mi illudo che accanto vi sia lui, a proteggermi. Lui lo sa, la notte ho sempre avuto paura del buio.
I miei figli non capirebbero questa mia angoscia, mi dicono sempre che devo ringraziare Dio dell'uomo che mi ha messo accanto nella vita, ringraziarlo per tutto quello che ho avuto ma... in realtà, avrei voluto averlo ancora vicino, a condividere la gioia della nascita della pronipote, della laurea della nipote, dell'amore dei ragazzi e invece …glielo posso solo raccontare.
Solo un pensiero mi attenua il dolore: quando sarà la mia ora,
amore aspettami, sii puntuale, avrei troppa paura da sola, tu invece mi darai la mano, ci ritroveremo e insieme cammineremo nella nuova dimensione. La solitudine, la mia solitudine sarà sconfitta!
A mia madre





sabato 1 ottobre 2011

RECENSIONE racconto "Il valore del mio tempo" Accademia "TEMPO VISSUTO"

Il valore del mio tempoIl racconto di Nunziatina Isgrò, Il valore del mio tempo, si aggiudica il terzo posto. Questo racconto ha i colori tenui di un dipinto, ed è a pennellate delicate che danno vita a un personaggio struggente, realistico e coinvolgente.
La protagonista del racconto è una donna che nella sua vita ha fatto molto, visto molto, una donna forte e orgogliosa, che, a causa dell’Alzheimer, vede il lento sfacelo del suo corpo, della sua mente, e del suo passato. La vecchiaia, la malattia, e, ancora, l’incomunicabilità, sono i protagonisti di questo racconto delicato.
I sentimenti che vive l’anziana donna si muovono all’interno di una coscienza ancora viva, attiva, capace di scindere la sua condizione di donna malata, non più autosufficiente, privata per molti aspetti della sua dignità di donna, di essere umano, e la consapevolezza della necessità di queste cure, seppure invadenti, disattente, dirette solo al corpo e dimentiche della sua anima.
Desidero solo una cosa, questo sì, che mi si ricordi non come sono oggi – anche perché per me il presente non esiste –, ma com’ero ieri: madre, moglie, ma soprattutto donna! Sulla mia lapide dovrebbero scrivere: “È stata una grande donna anche quando il corpo avvizziva e la mente vagava.”
Mi piacerebbe davvero. In queste parole c’è la dignità che troppo spesso la malattia mi ha tolto.
Nella sua mente il passato e il presente a volte si sovrappongono, la sua capacità di discernimento gioca brutti scherzi, il suo corpo non risponde più come una volta, nemmeno agli stimoli di base. Eppure, rimane la consapevolezza della sua condizione, lucida e precisa.
Dignità violata, quando mi cambiavano senza chiudere la porta della camera, io che sono sempre stata pudica; dignità infranta, quando mio figlio mi curava le piaghe da decubito e, con indifferenza, le faceva vedere ai parenti per mostrare quanto era stato bravo nel medicarle; dignità infangata, quando raccontavano a chi era venuto a trovarmi che mi ero sporcata perché ormai non avvertivo lo stimolo della defecazione.
Che vergogna ho provato, avrei voluto in quel momento chiudere gli occhi per sempre, scomparire dalla faccia della terra.
Non trovavo giusto che mi trattassero da infante cui si cambiano i pannolini anche davanti agli estranei. Sono una donna adulta, troppo spesso lo dimenticano!
Ecco spesso mancano di delicatezza nei miei confronti, dovrei prendere appunti, scriverlo, per ricordarmi cosa voglio.
Perché l’Alzheimer intacca la mente, il corpo, la memoria, ma non la dignità. A scalfire la dignità ci pensano altri elementi, persino l’amore dispensato male, con disattenzione, allo stesso modo in cui si svolge un compito, un dovere.
Ed è qui che la malattia supplisce, e come se avesse una coscienza propria, difende le macerie che lascia dietro di sé:
Ma questa mia malattia non è solo cattiva, ha anche un aspetto positivo, mi mette al riparo da molte cose. Tra le pieghe della memoria non rimane traccia di assenze, mancanze, di lutti recenti, di sgarbi. Forse soffro meno. Forse…
Un racconto che commuove, che non cade nel facile esito melodrammatico, che si mantiene equilibrato. Una storia comune, che lascia con la sensazione di aver capito qualcosa in più di noi stessi e degli altri ma che, come per la protagonista del racconto, rischia di durare un tempo troppo breve.
Francesca Pavano