mercoledì 27 marzo 2013

LE DITA DEI MIEI PIEDI



Mi aspetti sull' orlo della fine.
Le dita dei miei piedi artigliano il limite.
Sono elementi prensili,
si piegano sul baratro,
cercano il sicuro appiglio.
Basterebbe una lieve spinta,
una carezza sulle reni,
la decisione delegata ad altri,
mi guardo attorno,
non c' è nessuno che mi spinga,
sono sola!
Lo so...attendi il mio agire,
ma le dita dei miei piedi uncinano la sicurezza.
Nella vita e nella morte
il cuore, la mente, il corpo, la memoria,
s' insinuano nelle possibilità,
si agganciano alle certezze.
E tu... mi attendi, mi aspetti oltre il baratro.
Devo farmi forza, prendere la rincorsa,
riempire i polmoni d' ossigeno,
allentare le dita dei miei piedi
che ancora s' incollano al passato..
Non voglio voltarmi, sfogliare i ricordi,
salterò!
Fletto le ginocchia,
scosto le braccia dal corpo
al ritmo della mia ansia.
Immagino di essere bambina,
gioco alla campana, lancio il mio sassolino,
atterra lontano...
Ora devo solo saltare, chiudo gli occhi.
Uno..due...tre,
le dita dei miei piedi sono fuse col passato
impossibile compiere il balzo.

Riapro gli occhi,
mi volgo,
scelgo la vita.
Le dita dei miei piedi
ricalcano le orme vissute.




sabato 16 marzo 2013

PER LEI



La morte è solo una dimensione,
è un passaggio obbligato,
non è dolore, non è gioia,
è solo stupore!
Spalanca le braccia mia dolce donna,
le forze sono tornate,
gli occhi ora scrutano desiosi,
la mente è  vivida,
le tue gambe non più fragili
corrono verso la vera vita.
Non meravigliarti
c'è lui che t'aspetta,
ti ha tanto attesa,
ti prenderà fra le braccia
sarai di nuovo sua
per sempre.



 



venerdì 8 marzo 2013

LE PAROLE DEL MARE

Come ogni mattina, appena il tempo lo permetteva, Francesca si recava con il suo passo stanco, in via Vaccarella,sul "Lungomare di Milazzo", la zona più bella del paese.
Si sedeva su di una panchina di ferro e, rivolta al mare, chiudeva gli occhi. Di solito vi restava un'oretta  poi, con sguardo attento scrutava l'orizzonte, si alzava e andava via.
L'atteggiamento di quella donna mi incuriosiva..Anche io quando il tempo lo permetteva, inforcavo la mia bici rossa e pedalavo lungo la stessa strada, Vaccarella era la mia zona preferita, aspiravo il profumo di salsedine, guardavo le barche dei pescatori  fra le acque e osservavo  il brulicare di attività umane, legate alla pesca .
Una mattina decisi di avvicinare l'anziana signora.
La vidi come al solito seduta sulla panchina..
"Buongiorno signora, posso sedermi accanto a lei?" chiesi.
"Certo faccia pure ma prima si presenti!" mi disse con cipiglio.
"Sono Nuccia, mi scusi se sono impicciona ma lei ogni mattina si siede su questa panchina, come mai?" L'osservai attentamente da lontano non avevo  visto il dedalo di rughe che le solcavano il volto. Eppure non potevano nascondere la bellezza che aveva caratterizzato quel viso.
"Sono Francesca, disse, vuol sapere del mio" pellegrinaggio" a questa panchina ? Se ha del tempo le racconto la mia storia."
"Si la prego, non ho fretta, oggi è sabato e non lavoro!"
Mi strinse la mano e con voce arrochita dall'emozione  raccontò...
"Tanto tanto tempo fa, ero una giovane moglie innamorata del proprio uomo. Giuseppe era bellissimo ai miei occhi. Era un pescatore, la sua barca si chiamava "Ciccia", il nome che mi sussurrava tra le lenzuola, ogni mattina si alzava all'alba, io gli preparavo pane, olive e formaggio, li legavo in un tovagliolo e lo accompagnavo alla barca.
Mi baciava e mi diceva "Tranquilla che torno." e andava apescare tra Lipari e Vulcano"
Il mare, allora, era ricco di pesci ed eravamo felici.
Figli niente ma non importava, ci amavamo e questo bastava.
E tu sei sposata?" Mi chise ad un tratto.
"No, sono sola al momento, cerco la persona giusta"
"Vedrai, quando la incontrerai, sarà il cuore a dirtelo. Così è stato con Giuseppe. E' bastato uno sguardo, l'avermi preso per mano e il cuore si è messo a battere forte forte, mi sono persa nei suoi occhi blu, come il mare che amava. Abbiamo fatto la "fuitina" non avevamo soldi per un matrimonio.
Te lo assicuro, contano i sentimenti e non la ricchezza!.
Siamo stati molto felici. Certo tranquilla non ero, specialmente quando il mare all'improvviso diventava burrascoso. Lui mi diceva "Non temere, io tornerò sempre da te. Se dovesse accadermi qualcosa ricorda che il mare è la mia culla.
Tu vieni a Vaccarella, siediti e ascolta...Le onde ti parleranno di me, ti diranno che ti amo, tu non sarai mai sola. Ti basterà guardare attentamente il mare e vedrai il mio viso, se gli spruzzi delle onde ti bagneranno il volto, saranno i miei baci."
Il ventitrè luglio del 1986 Giuseppe non fece più ritorno. La barca venne ritrovata capovolta vicino a Capo Milazzo.Da allora torno su questa panchina, ascolto le parole del mare e ...non sono più sola.Chiudo gli occhi, il cuore palpita, lui me lo sento accanto, la brezza mi accarezza la pelle. So che è lui a farlo.Se guardo all'orizzonte con gli occhi del cuore, lo vedo che agita la mano e mi saluta.
Mi rassereno e torno a casa. Lui mi aspetta sai? Un giorno saremo di nuovo insieme!"
Termina asciugandosi una lacrima, anch'io sono commossa..
Mi alzo, la saluto, so che domani tornerò su questa panchina, mi siederò accanto a Francesca, insieme ascolteremo le parole del mare.

LUNGO PONENTE




Luigina passeggiava lungo la riviera  Ponente di Milazzo.
Era una bella giornata primaverile, la brezza marina le scompigliava i lunghi capelli neri e ricci, le guance erano rosee, accese dall'emozione che sempre le procurava la vista del mare. Quel giorno era particolarmente calmo, sembrava la continuazione del cielo, le onde erano appena percettibili, quando le acque si sciorinavano sulla spiaggia sassosa, lo facevano silenziosamente, come se non volessero disturbare la quiete del giorno.
Luigina era ancora una bimba, con i suoi undici anni, era un fiore che stava per sbocciare e affacciarsi alla vita di adolescente, con le sue inevitabili problematiche.
Come tutte le bambine della sua età, amava giocare con i compagni, soprattutto nei giochi di squadra, dove è l'unione che fa la forza. Pedalava spesso con la sua bicicletta rossa, e, quando il tempo la permetteva, era suo padre che la accompagnava per le strade di Milazzo.
In quei momenti, lo amava appassionatamente, comprendeva che per esserle accanto rinunciava o si allontanava da impegni lavorativi, sempre assillanti.
Luigina aveva un buon rapporto con i propri genitori ma, all'orizzonte, ogni tanto faceva capolino la normale inquietudine dei figli sulla soglia dell’adolescenza.
Erano i primi giorni di Maggio e ormai la scuola era sul finire, le vacanze si prospettavano allegre e lunghe, felicemente lunghe. Quell'anno, per la prima volta, aveva strappato ai genitori il permesso di recarsi al campeggio con gli scout, e lei, al solo pensiero, era elettrizzata.
Dieci giorni con gli amici più cari, a contatto con la natura, a convivere e dividere tutte le mansioni che un’esperienza del genere prevedeva.
Pregustava le grigliate attorno al fuoco, i canti, le ballate e le inevitabili storie da raccontare. Avrebbe dormito in tenda, per la prima volta, avrebbe finalmente utilizzato il sacco a pelo e, soprattutto, non ci sarebbe stata mamma a darle il bacio della buonanotte. Chissà come si sarebbe sentita, sarebbe riuscita a dormire o, almeno, a riposare? Lei sperava di divertirsi, in fondo sarebbe stato come un rito d’iniziazione: lontana dalla famiglia, dal pestifero fratellino, dalla routine di tutti i giorni. Intanto quel pomeriggio si godeva l'atmosfera quasi estiva della marina di Ponente.
Camminava e fantasticava...
 A un tratto qualcosa attirò il suo sguardo...
Con la coda dell'occhio notò un puntolino scuro nel mare.
Non era semplicemente un oggetto, no, era qualcosa che si muoveva e si agitava nelle acque calme.
S’incamminò lungo la spiaggia e facendosi scudo con le mani, per ripararsi dal sole, scrutò le acque.Non era possibile, quell’oggetto si avvicinava sempre più, s’ingrandiva e assumeva la forma di un enorme capodoglio. Non era minaccioso, sicuramente era grande.
Luigina non aveva paura, lei non era intimorita dagli animali, anche se grandi. Poi... quell'enorme mammifero non era per niente ostile.
Luigina entrò nelle acque basse e aspettò che il capodoglio si avvicinasse. Si guardò intorno, non c'era nessuno sulla spiaggia, cosa doveva fare? A un tratto l'animale s’immerse e poi… ricomparve a pochi metri da lei. Quell’essere sembrava sofferente.
Luigina si accorse che un sacchetto di plastica fuoriusciva dall'enorme bocca.
Davanti alle afflizioni degli esseri viventi, la bimba non resisteva, un po' titubante gli si avvicinò, in realtà non era poi così minaccioso quell’animale era solo dolorante. Con grande difficoltà, utilizzando tutte le sue forze, riuscì a liberarlo, poi, lo accarezzò sulle ferite e sempre parlandogli dolcemente, cercò di rimandarlo in acqua. Il capodoglio guardava con gli occhi acquosi la bimba, sembrava capire, agitava la coda come per ringraziarla, non apriva le enormi fauci per non spaventarla ma, emetteva dei suoni incredibilmente dolci:.
Luigina era felice, aveva aiutato un essere così grande e lui sembrava riconoscente. Chissà chi aveva gettato in mare quel sacchetto di plastica. Perché gli uomini sono spesso così incredibilmente stupidi? A scuola le avevano spiegato dei danni incalcolabili che la plastica produceva nell'habitat, possibile che gli adulti non ne fossero a conoscenza?
“Grazie piccola!”
Chi parlava? Luigina si girò di scatto ma, intorno, non c'era proprio nessuno!
“Grazie cucciolo di donna!”
Non era possibile, lei aveva davvero sentito queste parole?
Guardò il capodoglio che impercettibilmente scosse l'enorme capo “Sì, sono io che parlo!”
Allora era proprio lui che le trasmetteva quelle parole, incredibile, non avrebbe potuto raccontarlo a nessuno, chi le avrebbe creduto?
“Grazie piccola, se non mi avessi aiutato, sarei morto tra mille sofferenze. Io sono Philip, vengo dai mari del Nord, stavo migrando ma il sacchetto mi ha fatto perdere l'orientamento. Tu chi sei?”
“Sono Luigina- rispose la bimba- sono felice di averti aiutato. Ma come fai a comunicare?”
“Lo faccio con il pensiero, anche tu non hai bisogno di parlarmi, basta pensare ciò che mi vuoi dire. Lo hai studiato che noi mammiferi comunichiamo telepaticamente con gli esseri viventi che lo meritano?
“ No, non lo so!” Rispose la bimba
“Quante cose non sai! Voi umani sapete che state distruggendo il mare? Sapessi quanti miei amici muoiono nelle acque inquinate! Se potessi portarti con me, ti farei veder i fondali: i coralli stanno scomparendo, erano così belli! Gli uomini ce li rubano per farne cosa poi? Stupidi monili per le donne che, lo sappiamo, si stancano facilmente di tutto! Le stelle marine, i cavallucci, le alghe. tutto sta svanendo. E' come un deserto in alcuni posti.”
A sentire queste parole Luigina si sentiva sempre più triste. Sicuramente era come se un ladro fosse penetrato nella sua casa e avesse distrutto tutte le cose belle cui lei teneva tanto.
“Scusa!- Disse triste la bimba - Io cerco di rispettare la natura ma sai, sono proprio i più grandi che arraffano a più non posso, quello che l'ambiente dà, restituendo poi rifiuti”.
“Non parlarmi di rifiuti, hai visto che stavo per morire? Sapessi nel mare, si trova di tutto: bottiglie, lattine, contenitori con sostanze che fanno una puzza incredibile, addirittura auto e biciclette... Ma gli uomini cosa fanno? Credono che il mare sia una grande discarica? Non lo sanno che alla fine restituisce tutto il male che subisce?”
“Hai ragione Philip, dimmi cosa posso fare?”
“Tu da sola molto poco, puoi anche raccontare agli altri ciò che ti sto confidando , ma non credo che daranno ascolto a una bambina!-
“Raccontami ancora del mare, ti prego!”
Il capodoglio sembrò emanare un lungo sospiro e disse
”Una volta il mare era come un giardino curato e pulito. Nei fondali nuotavano una varietà incredibile di pesci: acciughe, aringhe, manta, merluzzi, alborelle,

 
 ombrine, barracuda, occhiate, pesci pagliaccio, pappagalli, razze,spigole, tinche, e tanti altri. Era un brulicare di vita…oggi più nulla di tutto questo. I pesci muoiono per inquinamento o per opera della pesca forsennata.!
Per non parlare poi delle piante, attinie, anemoni di mare, coralli, tutto scomparso! Sai quando i pescatori arano il fondale con le reti, tutto viene sradicato, tolto, annullato!
Che pena per noi abitanti del mare!”  Così sussurrando Philip sembrava piangere, grosse gocce scendevano dai suoi occhi.
“Come mi dispiace. E’ davvero così che si comportano gli adulti? E poi pretendono di educarci. Mi chiedo che esempio ci diano! Caro Philip, vedrai, parlerò con i miei amici scout. Loro sì che conoscono l’importanza della natura!
Ma tu ora cosa farai? Come tornerai in mare aperto?”
“Io non posso tornare dal mio banco di capodogli, ormai sarà lontano! Ho perso l’orientamento, il sacchetto di plastica ha disturbato la mia capacità di orientarmi. Non temere, non ho paura di morire su questa spiaggia, le onde mi faranno arenare e la mia agonia prima o dopo finirà!”
“ Non puoi morire così, io ti aiuterò, chiamerò tutti quello che conosco, non può finire così ti prego Philip!” singhiozzava Luigina.
“ Cara piccola, la mia compagna è morta e sai, noi non riusciamo a vivere senza il nostro “amore”.
Lei era bellissima, enorme, lucente, la bocca grandissima e quando la spalancava metteva in mostra i bianchi fanoni. Da poco aveva partorito un cucciolo. Quanto lo amavamo!
 La mia femmina è stata uccisa da un motopeschereccio. Mentre migravamo, lei era rimasta un po’ indietro con il piccolo, per proteggerlo. Purtroppo degli uomini cattivi lo hanno adescato e pescato. La sua mamma ha cercato di opporsi ed è stata uccisa.
Ho gridato il mio dolore, ho pianto, ho volto gli occhi al cielo, chiedendomi perché gli uomini ci considerano solo come prede e non esseri viventi.
Il dolore mi ha ottenebrato la mente, mi sono allontanato dal gruppo, e ora, è giunta la mia ora”.
Con un lungo sospiro Philip chiuse gli occhi.
Luigina non si dava pace. Philip non poteva morire. Non era giusto.  Tutto questo per colpa degli adulti. Loro non sapevano dei sentimenti che questi esseri avevano per i propri cari, non conoscevano il dolore per la natura che scompare. Non comprendevano i diritti che tutti gli esseri viventi hanno: vivere serenamente nel proprio ambiente.
Philp intanto respirava male, il corpo era troppo asciutto e la pelle si stava raggrinzendo. Dallo sfiatatoio gli spruzzi erano sempre più rari. Chissà da quanto tempo non mangiava. Decise che avrebbe dovuto fare qualcosa. Lo accarezzò dicendogli “Tranquillo, adesso vado a chieder aiuto agli adulti. Tu aspettami, io risalgo la spiaggia, vado di corsa a casa. Papà saprà cosa fare, ne sono sicura. Tu aspettami e ti prego. NON MORIRE!”
E dopo un’ ultima carezza si allontanò.
Luigina correndo risalì la spiaggia, giunse sulla strada e , piangendo, si guardò attorno cercando qualcuno che l’aiutasse.
Stranamente la strada, che di solito era frequentata da auto, era deserta.
 La bimba non sapeva cosa fare, non se la sentiva di allontanarsi dal cetaceo. Aveva paura che qualcuno vedendolo gli facesse del male, non lo poteva abbandonare.
Ritornò correndo sui suoi passi, aveva preso una decisione: a casa non vedendola tornare l’avrebbero cercata. La mamma avrebbe chiesto aiuto al papà e lui avrebbe chiamato un po’ di gente. Una volta trovata, avrebbero aiutato lo splendido animale. Con questi pensieri tornò dal suo capodoglio.
“Philip, sono qui, non ti lascio solo. Vedrai fra poco arriveranno i miei e ti aiuteranno”.
Così dicendo lo abbracciava e lo accarezzava.
L’animale aprì faticosamente gli occhi “Grazie piccola. Ho capito che non tutti gli uomini sono cattivi. Le persone come te danno speranza per un mondo migliore”.
Le parole giungevano pianissimo, si comprendeva che era alla fine della sua vita terrena.
Trascorsero alcune ore, Luigina abbracciata a Philip, nel frattempo, si era addormentata, il povero capodoglio era morto.
Li ritrovarono così, una bimba assopita accanto ad un grosso cetaceo, arenato sulla spiaggia.
Purtroppo la favola era finita.
Luigina fece ritorno a casa, piangendo, fra le braccia del padre. Il povero Philip venne, nei giorni seguenti  portato via dai biologi marini.  Volevano capire cosa fosse accaduto al capodoglio, perché
avesse perso l’orientamento, soprattutto volevano studiare l’origine di quelle grosse gocce sotto gli occhi, erano come perle.
Luigina sapeva che erano vere lacrime versate per le vite perdute, per il rimpianto di una famiglia annientata dalla stupidità umana, per quella felicità che Philip non avrebbe più avuto.



                                                        









SONO

Sono,
chi ti ha preso per mano,
adagiato tra fresche lenzuola
per saziare la tua fame d'amore.

Sono,
chi ha aperto il proprio cuore
alle tenerezze, ai segreti
alla passione, al desiderio.

Sono,
chi ha donato il proprio grembo
dove il seme piantato
ha generato nuova linfa.

Sono,
 la vittima del tuo destino,
 la vita recisa da mani
che giuravano d' amarmi.

Sono,
il rimorso che non t'abbandona,
il ricordo sbagliato,
l'incubo delle tue tenebre.