mercoledì 23 settembre 2015

LA CENA DELLA VITA






Era la cena della Vita! Si era cambiata molte volte, prima l'abito nero scollato, poi quello corto in pura seta, poi pantalone e camicia fluttuante, ma si vedeva la pancia, quindi minigonna con maglietta cortissima con ombelico a vista, l'aveva scartata proprio per quest' ultimo, non era più un tortellino ma un raviolone (il tempo passa), si era decisa per l'abitino a pois, leggero, appena appena sexy. Poi le scarpe, basse no, facevano papera, tacco 12 neppure, poteva cadere, aveva optato per sandali con zeppa e Swarovski. Il giorno prima era andata dal centro estetico: depilazione quasi completa, ripeto quasi, pulizia del viso, massaggio rilassante e, sfoltimento delle sopracciglia, peccato che le avevano dato una forma ad ala di rondine, così sembrava sempre incaz... nera, pazienza!Aveva chiesto un consiglio per il trucco, l'aveva accettato e adesso si guardava allo specchio: si era spalmata una buona dose di ombretto marrone, le avevano detto, testuali parole: lo sguardo diventa profondo. Ora sembrava avere le orbite vuote, praticamente ammalata cronica.
La parrucchiera, alla notizia dell'importante serata che l'attendeva, aveva applicato le "mesc" bianche ai capelli neri, ora era somigliante a Crudelia, le mancavano solo i dalmata. Per cercare di rimediare aveva legato i capelli, guardandosi allo specchio pareva la protagonista di “Cambio me”, naturalmente prima della cura.
Altro dramma nel dramma,cosa cucinare, lei che odiava farlo?
Era andata in edicola e aveva chiesto qualche opuscolo sull'argomento: era tornata a casa con una intera enciclopedia su “Come farlo felice in cucina”. L'edicolante l'aveva salutata con un sorriso a cinquantadue denti (li aveva raddoppiati per la gioia, non è facile liberarsi di un' intera raccolta in un colpo solo). Arrivata a casa, aperta la prima pagina era inorridita:“Per farlo felice indossa solo un grembiulino sexy, sotto solo la pelle, scarpe con tacco a spillo!”
 Ormai era inutile piangere sul latte versato o meglio sull’esosa spesa. Meglio scegliere le pietanze. Dopo aver sfogliato pagine su pagine ed essersi resa conto che proprio di cucina non sapeva nulla, aveva optato per cibi afrodisiaci.
L'ospite atteso era un uomo, il proprio uomo (almeno sperava, conosciuto in chat, amore al “primo messaggio”.
Non si erano mai visti di persona, però erano innamoratissimi.
Aveva optato per :antipasto “Crema della riconciliazione”, pasta niente, secondo “Maialina da latte pibil”, dolce “La goduriosa”. Asserivano, almeno così recitava l'enciclopedia, che fossero i migliori cibi afrodisiaci. I vini sarebbero stati: una bella bottiglia di Chianti rosso del 2008 per la maialina (lei si sentiva come l'animale, da sacrificio), per l'antipasto un Piemonte Chardonnay 2012 DOC Pinè Bianch, per il dolce una Grappa di moscato.
Aveva provato a cucinare ma, consapevole che avrebbe potuto avvelenarlo, prima ancora di “consumare” una notte di passione,  si era rivolta ad una fidata amica, abile cuoca.
Adesso,tutto era pronto: la bella tovaglia di lino bianca, le posate d'argento, i calici di cristallo, il secchiello per i vini, la brocca d'acqua e il centrotavola di fiori, le portate pronte per essere gustate.
Lui stava per arrivare, lei si guardava attorno fremente e intanto beveva un bicchierino di vino dietro l'altro, le piaceva da morire il Chianti rosso.
 Puntualissimo giunse il suono del campanello. Barcollante aprì.
Era lui...ma non doveva essere più alto? Questo sembrava un tappo e ...quella pancia? E i capelli...dov'erano? Persi per strada? Cosa nascondeva sotto la barba, un coltello ?
Lui a sua volta la guardava interdetto e pensava “Ma chi è questa con le sopracciglia ridicole, gli occhi infossati e i capelli bianchi e pure ubriaca? Nella foto era diversa.”
“Scusi ho sbagliato?”Disse lui, ritrovando la parola.
“Sicuramente, hic” Rispose lei, leggermente alticcia, chiudendo di colpo la porta.
Malferma guardò la bella tavola apparecchiata, si sedette e iniziò a mangiare sorseggiando l'ottimo vino. Un unico pensiero nella mente “Basta con le chat, domani mi cancello!”



LEI…MARIA



                                     

Maria lavorava come cameriera in un piccolo ristorante di Santa Lucia, ridente paesino del messinese. Era efficiente e gentile, molto ammirata sia per la sensualità del suo corpo sia per l'aurea di mistero che la avvolgeva.
Il signor Tony era contento di aver ascoltato il suo sesto senso quando l'aveva assunta, nonostante non avesse credenziali. Sua moglie Teresa aveva "storto il naso", era gelosa dell'altrui bellezza, lui non aveva sentito ragioni. Gli avventori erano aumentati “Inutile, amava dirsi, la bellezza fa cassa.”
Maria non dava retta a nessuno, prendeva gli ordini, sorrideva con molto distacco, se qualcuno si permetteva di toccarla, anche scherzosamente, si girava di scatto e gli occhi di brace lo polverizzavano, subito giungevano le scuse.
La vita di Maria era molto regolare, abitava in una piccola casa, viveva sola, non aveva amici, né maschili né femminili e di parenti nemmeno l'ombra. La mattina si alzava sempre alle otto, i paesani avevano osservato che apriva le imposte della sua casa, metteva sul davanzale le lenzuola ad arieggiare, se il tempo lo permetteva, usciva nel piccolo cortile e porgeva la ciotola con il latte al fedele cane lupo e lo accarezzava con grande affetto. Alle undici e trenta si recava alla trattoria del signor Tony, iniziava il primo turno di lavoro fino alle quindici, tornava a casa e usciva alle diciannove per riprendere il lavoro, fino alle ventitré per poi tornare definitivamente a casa. Questa routine durava ormai da tre mesi, sempre uguale, ripetitiva. Le vecchiette del paese, osservavano e dicevano “Questa qui non ci piace, c’è qualcosa che non va. Non cerca nessuno e nessuno la cerca. E' mai possibile? Nasconde sicuramente qualcosa!”
E un giorno...
Francesco Meri giovane detective si ritrovò, dopo un lungo periodo di lavoro a Milano, nel piccolo paese del messinese, invitato dal suo amico Saverio che da poco aveva preso servizio, come maresciallo dei carabinieri nella stazione del luogo. Dopo un periodo a Catanzaro, Saverio si sentiva in paradiso, lavoro tranquillo, niente stress, cibo ottimo e grande rispetto da parte dei paesani. Aveva telefonato al suo grande amico Francesco “Vieni a trovarmi, qui posto ne ho tanto, vedrai buon cibo e tanta tranquillità. Ti aspetto non puoi dirmi no! ... Così si era ritrovato ospite dell'amico. Effettivamente aria salubre, stress zero, mare non troppo lontano e quella favolosa trattoria dove il cibo era squisito. Quando per la prima volta aveva visto Maria era stato come un dejavou, era come rivivere un episodio, ma poi si era fatto soggiogare da quel volto. Non riusciva a dormire, a riposare, quegli occhi gli erano entrati nell'anima. Il suo amico Saverio glielo aveva detto ”E' inutile parlarle, pensarla, chiedere, lei non dà retta a nessuno. Cosa credi, anch’io avevo fatto un tentativo. Niente, ti allontana gentilmente. E' un mistero la sua vita!” Francesco non aveva intenzione di lasciar correre, ogni notte era un inferno, il desiderio di lei lo bruciava. Una sera, quando lei aveva terminato il turno di lavoro, l'aveva seguita ed era stato gran parte della notte vicino alla sua casa. Il cane lo aveva avvistato, era dovuto andar via a causa dell'abbaiare furioso che aveva svegliato l'intera zona.
Francesco comunque era deciso a contattare Maria, gli era entrata nel sangue, nella mente, nel cuore, anche se un tarlo lo tormentava sempre... era quel qualcosa di già visto o sentito che nella memoria faceva capolino.
Continuava a soggiornare a Santa Lucia, durante le mattinate faceva lunghe passeggiate nei dintorni, andava nelle vallate limitrofe a parlare con i pastori e i contadini. Quando il tempo lo permetteva, saliva fin sul colle e giungeva al castello e alla bellissima chiesa della “Madonna della neve”. Ammirava un panorama mozzafiato allungando lo sguardo fino al promontorio di Milazzo e, se il cielo era terso, poteva anche avvistare le isole Eolie, sul mare cristallino svettavano maestose nella loro bellezza. Ma, la sera, nulla riusciva a trattenerlo dalla trattoria “Da Tony”.
Era ormai un habitué, si sedeva nell' angolo a destra della stanza, da cui poteva guardare indisturbato Maria che serviva ai tavoli. Di solito ordinava il piatto del giorno, mangiava in silenzio e sottecchi non la perdeva di vista mentre svolgeva il suo lavoro.
Saverio lo prendeva regolarmente in giro “Vedrai non riuscirai nel tuo intento, Maria è inespugnabile!”
Tuttavia Francesco non desisteva. Si trovava a Santa Lucia da dieci giorni e le sue ferie stavano per finire, quella sera le avrebbe parlato “Ora o mai più” si disse.
Erano le venti, si preparò con più cura del solito, ripercorse la stradina a ciottoli che lo avrebbe condotto alla trattoria. Il cuore gli batteva all'impazzata, come dopo una lunga corsa, la camicia azzurra che s’intonava perfettamente con i suoi occhi era già sudata, lui si sentiva come prima di un colloquio di lavoro, era teso ma deciso. Si ripeteva continuamente ciò che le avrebbe detto “Signorina Maria vorrei parlarle ecc...”
Con questi pensieri non si accorse di essere ormai giunto a destinazione, aprì la porta, entrò, si sedette al solito posto. Maria si avvicinò “Questa sera desidera il piatto del giorno? Io le consiglierei lo “stocco a ghiotta messinese” è davvero buono”.
“Signorina Maria io desidero lei!” Rispose d'un fiato Francesco con lo sguardo perso nel suo volto.
“Ma Francesco, allora non mi hai proprio riconosciuta! Eppure il servizio militare lo abbiamo fatto insieme, sono Mario Cervi! Ho deciso di cambiare sesso circa quattro anni fa, poi mi sono rifugiata in questo paesino per allontanarmi da tutti. Sai non è stato facile!”
Francesco confuso “Però sei riuscita proprio bene” poi, riprendendosi “Vabbè portami lo stocco!”

IO PRECARIA IN TUTTO



                                          
Oggi è un giorno importante, ho un ennesimo incontro di lavoro.
Potreste dirmi “E allora?”
Allora? Ho cinquantaquattro anni, vi sembra poco?
Devo recarmi entro le 9 in via Solferino, dove si tiene il colloquio, ma non è facile come sembra.
Ho passato tutta la notte a girarmi e rigirarmi nel letto, lasciando mio marito a mugugnare contro la mia inquietudine; ad un certo punto con gli occhi annebbiati dal sonno e la voce impastata mi ha detto: “Credo che se tu avessi dovuto incontrare un ipotetico amante saresti stata più tranquilla!”
“E’ vero!” ribatto convinta.
Alle cinque, ormai disfatta dall’insonnia mi alzo, bevo un caffè e incurante dei rimbrotti di mio marito mi piazzo davanti all’armadio “ Cosa metto che mi faccia sembrare più giovane ma non troppo, professionale ma non zitella che vive solo per il lavoro, più magra e sexy ma non escort?”.
Vi giuro che non è facile, anzi il compito è arduo.
Innanzitutto non sono magra, non sono giovane, non sono sexy neanche a volerlo a tutti costi e credo anche di non essere adatta al ruolo. Ma devo tentare, sono precaria da sempre, nella scuola, nelle amicizie, nella vita, l’unica cosa che ancora continua è il mio matrimonio, per forza… lui lavora lontano da Milano e torna ogni quindici giorni, quindi part time anche come moglie.
Inizio dalla biancheria intima, oddio intima, diciamo che non posso rinunciare alla guaina super super rinforzata che, come dice la pubblicità, alza i glutei, appiattisce la pancia ed io aggiungo, impedisce la normale respirazione, comunque la devo, e dico, devo indossare, costi quel che costi in termine di salute.
Se riesco ad indossarla e soprattutto sopportarla, indosso il vestito in lana verde perché: non è corto, né lungo, né troppo aderente, altrimenti la guaina fa capolino con le sue belle stecche rinforzate.
Le calze trasparenti e un bel decolté con il tacco 12, no meglio 10, forse 8, è più sicuro.
L’ultima volta che ho calzato tacco 12, sono finita in ospedale per una “banale” distorsione alla caviglia, insomma non avevo visto il gradino che mi separava dal marciapiede.
Comincio a prepararmi anche se sono solo le 6. Decido di iniziare dal trucco, oddio trucco, diciamo un po’ di fard, sperando di non sembrare il clown Scaramacai, in quanto spesso, senza accorgermi, ne metto un po’ troppo sugli zigomi per cui o sembro un po’ alticcia o in preda alle caldane da menopausa, poi kajal sugli occhi….e qui nasce il problema perché sul destro niente da dire ma sul sinistro non ci siamo proprio, è sempre diverso dall’altro tratto, è inutile, ogni volta che cerco di riprovare con estrema cautela a compiere una bella linea scura ecco, immancabilmente sbava. Comunque devo truccarmi e dopo una breve preghiera rivolta a Sharon Stone,mia musa, ci provo.
La mano mi trema e purtroppo anche il segno è tremulo, cerco di sistemarlo per cui alla fine ho un trucco simile a Platinette. Lascio perdere e passo ai capelli, più che pettinarmi ci passo le dita, altrimenti sarebbero simili alla criniera di un leone che è appena riuscito a districarsi da un cespuglio di more selvatiche. Comunque procedo con i preparativi, indosso, trattenendo il respiro la fatidica guaina, faticosamente riesco a posizionarla sui fianchi. Rotolini lardosi escono dagli elastici ma non solo, il mio volto è prima leggermente e poi sempre più pericolosamente paonazzo. Faccio finta di nulla, alle 7:30 indosso l’abito verde.
No… devo fare pipì !! Con una serie di contorcimenti degni di una ginnasta, sfilo l’abito, poi faticosamente tiro giù la guaina. Segni rossi simili ad una flagellazione mi segnano il corpo, sento un risolino soffocato da parte di mio marito, una lacrima mi scende lungo le guance, rabbiosamente l’asciugo e il trucco mi sbava sullo zigomo. Una maschera mi guarda dallo specchio sopra il lavandino, mi spavento ma poi mi accorgo che è il mio volto.
Mi sento distrutta per la notte insonne, per il trucco, per tutto ciò che mi riguarda, ma due braccia forti improvvisamente mi stringono
“ Tesoro, tu per me sei perfetta, non falsare la tua immagine, presentati così come sei veramente, se riusciranno a comprendere il tuo valore, la tua forza d’animo, la tua capacità di adattarti, la tua generosità, bene. Altrimenti non preoccuparti, torna da me, io ti apprezzo e ti comprendo, mia dolce precaria! Mi lascio andare fra le sue braccia …forse, più tardi… mi preparerò!



LA COSA GIUSTA




Una professione? Non lo sapevo, onestamente, ma ci “campavo”.
Leggevo fondi di caffè. Strano vero?  Me ne meravigliavo da sola ma, mi credevano e così ne
avevo fatto un mestiere. Avevo iniziato da ragazzina, scherzando, fingevo di leggere i fondi del
caffè per le amichette. Lo avevo visto in TV e allora, perché non provare?
Ricordo la prima volta. Ero in cucina, mia mamma aveva appena finito di bere la” solita
 tazzina di caffè “.
“Aiuta la digestione!” amava dire e, sul fondo, era rimasto quel miscuglio intenso . Lo avevo roteato lentamente, a ogni movimento  quella miscela assumeva una forma strana…un po’ ci vedevo un cane, un  sussulto e tutto cambiava, ecco apparire un anello poi…una spiaggia…
Avevo chiamato Vincenzina, la cuginetta di dodici anni …
“ Vincenzì vieni che ti leggo il futuro!”
Le avevo dato in mano la tazzina e poi…”Vincenzì soffia e poi falla roteare nella mano. Pensa intensamente qualcosa  ed io ti dirò cosa ti succederà!”
Mia cugina, che subiva da sempre il mio carisma, aveva ubbidito.
Si era seduta accanto, presa la tazzina, l’aveva stretta tra le mani, l’aveva come cullata, tipico di chi compie un rito, poi me l’aveva restituita.
Tutta compenetrata nel compito, avevo fatto finta di osservare ciò che sul fondo era depositato e con voce suadente avevo detto “Vedo un treno, presto partirai!”
Vincenzì mi aveva guardato, poi, mimando con la mano che ero scema, era andata via.
In realtà, proprio la sera prima, avevo sentito dire a mia madre che presto zia Maria, ovvero la madre di Vincenzina, sarebbe partita per Torino. Il marito era senza lavoro e alla FIAT cercavano operai.  Insomma, l’inganno era compiuto.
Alcuni giorni dopo, una Vincenzina triste mi aveva avvicinato per dire “Hai indovinato, fra un mese parto per Torino. Sei brava Caterina!” Poi mi aveva stretto a sé e con gli occhi pieni di lacrime e se n’era andata.
La voce si era sparsa e i compagni di scuola mi chiedevano spessissimo di predire loro il futuro, osservando i fondi di caffè.
Ormai adulta mi ero “raffinata”, avevo un vero e proprio ufficetto, ricevevo per appuntamento, una solerte segretaria, Ciccia, regolava le visite. Ero “ CATERINA, SA PREVEDERE”, almeno così recitava l’insegna. Io molti dubbi sulla mia arte divinatoria l’avevo ma…dovevo pur vivere.
Non ero sposata e all’età di trentasei anni mi vedevano come una vecchia zitella. Quando passavo per la strada, le comari sedute sull’uscio sussurravano “Poveretta, così carina e così sola!”
Vivevo ancora a Montalbano, paese che mi aveva dato i natali. Vincenzì si era sposata e risiedeva ormai stabilmente a Torino. Era davvero cambiata, si era come “migliorata”, più trend, signorile, eppure quando d’estate tornava, mi chiedeva sempre di leggerle il fondo della tazzina di caffè, memore di un’arte divinatoria che, così credeva, le aveva rivelato il futuro.
“Caterina, oggi hai appuntamento con Don Fefè, esattamente alle 15,30, poi alle 16,00 con Pisciotta, sì il camionista, alle 16,30 con l’infermiere Giovanni e alle 17,00 coll’appuntato Cineri”.
Mi distrasse dai pensieri la segretaria.
“Grazie Ciccia, prepara la stanza, accendi lo stereo, mettilo piano, no Jovannotti o Tiziano Ferro, ti prego, poi ai visitatori viene voglia di cantare, Allevi è meglio e piano ti raccomando. Proprio pianissimo, che mi stordisci la clientela. Accendi la lampada laterale, chiudi le imposte e poi ti raccomando i bastoncini d’incenso. Pochi, non troppi, altrimenti lacrimano gli occhi. Ah dimenticavo, metti sul fornello la caffettiera da sei. Il caffè bello forte e la zuccheriera sul tavolino d’angolo con tazzine e cucchiaini! Sbrigati!”
Così dicendo ero andata nella mia stanza a prepararmi. Dovevo indossare l’abito giusto...
Nero, lungo, scollato (oggi la clientela era maschile, quindi si poteva fare), scarpe d’argento. Trucco marcato per occhi e labbra. e poi giù a studiare le notizie riguardanti i clienti che molto presto avrebbero bussato al mio ufficio...
Era compito di Ciccia, recepire più informazioni possibili.
Lei andava al mercato a recuperarle. Una fonte inesauribile era la macellaia, sapeva tutto, secondo me prima ancora che gli eventi accadessero. Prendeva nota con una memoria di ferro, poi riferiva.
Quindi il primo cliente sarebbe stato Don Fefè, da sempre innamorato di me. Me ne ero accorta fin da subito. Veniva almeno tre volte a settimana... A forza di bere caffè aveva un colorito sul paonazzo, segno di pressione arteriosa alle stelle e probabile prossimo ictus.
Arrivava tutto azzimato, lo precedeva una nuvola di profumo, non proprio francese, quasi neppure si sedeva, cominciava baciandomi la mano e tenendosela stretta fra le dita come volesse staccarmela e portarsela dietro come reliquia. Onestamente le labbra erano sempre umidicce e un certo schifo mi coglieva ma, cosa non da poco, era cliente fidato e sollecito. Si accomodava, ma solo quando ero riuscita a liberare la mia mano dalle sue grinfie. Invariabilmente, con occhio languido, iniziava con “Caterì, quando troverò l’amore vero? Quando finalmente mi dirai  di sì? Leggi, ti prego, la fine di questa mia ricerca!” E si avvicinava sempre più “Don Fefè dovete bere il caffè” e gli mettevo la tazzina in mano, così da doversi scostare dal mio viso.
Onestamente una moglie l’aveva, anche se bruttarella (più larga che alta, in pratica un arancino con i piedi) ma era ricca assai e lui l’aveva impalmata per questo.
Ogni volta rispondevo “Don Fefè l’amore l’avete già trovato, dovete solo riscoprirlo. Vedete il fondo della tazzina? E’ un cuore un po’ nascosto!” In realtà lui non ci vedeva niente ma, con occhi amorevoli, assentiva sempre, pagava e se ne andava.
Pisciotta, invece, era un mio amico d’infanzia, aveva qualche problema sul lavoro e nella vita privata, si ostinava a venire regolarmente affermando che gli portavo fortuna. E che potevo fare? Dirgli di no?!
L’infermiere Giovanni era un caso a parte. Tutto era nato quando , durante una mia seduta, gli dissi che nel fondo della tazzina leggevo il numero tre. Lui l’aveva giocato al Lotto, primo numero sulla ruota di Palermo e aveva vinto un gruzzoletto. Beh, ormai aveva speso tutto, in concreto anche la camicia, forse avevo qualche colpa , ma non aveva smesso di frequentarmi sperando in un nuovo colpo di fortuna. L’ultimo della giornata sarebbe stato l’appuntato Cineri. Questo era un problema, aveva promesso di denunciarmi se non avessi visto “la cosa giusta”. Ora questa “cosa giusta” non sapevo neppure cosa o quale fosse. Quando arrivava, sempre in divisa, forse per incutermi paura, queste erano le rituali parole:
“Caterì allora, ci vedi nel fondo della tazzina…”la cosa giusta?” Ed io ad annaspare, a inventarmi storie su storie. Lui ascoltava e poi col capo oscillante “Nonsi hai sbagliato ancora. Attenta Caterì che finisci male!” E se ne andava, un vero e proprio incubo.
Avevo mandato Ciccia, ormai una specie di Mata Hari , alla ricerca d’informazioni sull’ appuntato ma, niente da fare. Vita di specchiata onestà e noia! Scapolo, buona famiglia, amava il lavoro indefesso….
Ormai tutto era pronto, la caffettiera spandeva il fragrante profumo nella stanza.
Erano già le 15,30, da un momento all’altro sarebbe arrivato Don Fefè.
Seduta sulla sedia, mi guardavo intorno con occhio critico. In fondo la mia vita lavorativa era tutto un inganno. O forse no, io consolavo, davo speranza, aiutavo… Era quasi una terapia, incoraggiavo chi era disperato, infondevo coraggio, magari non ero proprio così meschina come sembravo ad alcuni…
Il solito scampanellio, era Don Fefè, aveva un modo strano di suonare: due colpetti brevi e uno lungo. Sembrava quasi un segnale, un giorno o l’altro glielo avrei detto di non venire più, non era giusto illuderlo.
“Ciccia, vai ad aprire!” Dissi.
“Si accomodi , oh signora c’è anche lei!” Terminò urlando la segretaria, per farmi capire che era la coppia a farmi visita e quindi dovevo cercare di chiudere un po’ la scollatura.
(Come? Anche lei, Don Fefè e l’arancino? Volevo dire Donna Maria.E che vogliono ora? )Pensai. Feci buon viso a cattiva sorte e li attesi nel mio studio, ma solo dopo aver preso uno spillo e “accorciata” l’ apertura sul seno.
Ciccia li fece accomodare, chiudendosi la porta alle spalle.
“Buongiorno Caterì!” disse un serioso Don Fefè senza baciamano e ratto della medesima.
 “Buongiorno a voi!” risposi sulle mie .
Donna Maria si accomodò proprio in” punta alla sedia”, segno di nervosismo e guardandomi dritta negli occhi “So che mio marito viene spesso a farsi leggere i fondi di caffè. Oggi lo farete con me!” Proferì stringendo a fessura gli occhi. Lei che li aveva già piccini, scomparvero tra le rughe d’espressione.
“Come volete Donna Maria! Ecco bevete questa tazzina di caffè, prima metteteci lo zucchero, quanto ne volete. Lasciatene solo un pochino sul fondo della tazzina!”
Così dicendo gliela porsi. La guardai attentamente, era sicuramente arrabbiata ma soprattutto disperata. In me vedeva una rivale. Dovevo tranquillizzarla, anche a costo di perdere un cliente abituale. Non ero una “rovina famiglie…”
“Ecco Caterina, ora leggete pure!” mi disse restituendo la tazzina con sgarbo, versando alcune gocce sul tavolino .
La presi, la feci roteare e apparentemente mi estraniai dal contesto. In realtà cercavo di pensare a cosa dire.
“Dunque Donna Maria, guardate attentamente, sul fondo c’è una casa (ma quale casa avevo cercato in tutti i modi di trasformare quel miscuglio in qualcosa di meno informe, ma…)
“Io non ci vedo niente, se non una macchia “
“Guardate bene, non siate nervosa…”e intanto davo impercettibili bottarelle alla tazzina,.
“Mi volete prendere in giro, questo lo potete fare al “babbasuni” che ho vicino.”
Mi disse dando uno scappellotto al poveretto, come fosse stato un bambino.
E l’infelice Don Fefè si faceva sempre più piccolo, se avesse potuto, sarebbe scomparso in un amen.
“Donna Maria guardate…(quando lei si era rivolta al marito, avevo messo l’indice nella tazzina disegnando un tetto,) ecco guardi… è la casa. Lei è fortunata ha un tetto, un cuore da condividere, niente vi dividerà….sì, ci sono dei punti oscuri, quasi delle nuvole, ma con la pazienza risolverete tutto. Il caffè parla chiaro…l’amore di un tempo tornerà, dovete riabituarvi, stare vicini, dialogare, condividere spazi, magari un viaggio…” e continuavo a parlare di un amore che rinasceva e Donna Maria a mano a mano si addolciva sempre più, abbandonando quell’aria truce, mentre Don Fefè riacquistava colorito.
Parlai per circa un quarto d’ora , mostrando sempre i fondi di caffè. Avevo spolverato tutte le mie conoscenze de “La posta del cuore” di una rivista di gossip che da sempre leggevo. Quando vidi Donna Maria rasserenata, decisi di chiudere la seduta.
“Donna Maria, come vedete, il caffè parla chiaro. Non mente mai.”E mi lasciai andare spossata sullo schienale.
“Grazie Caterina, mi avete dato speranza. Pensavo di aver perso mio marito per colpa vostra. Quanto vi devo?”
“Don Fefè lo sa, fate pagare lui” Risposi decisa.
Si alzarono dalle sedie molto più sollevati, Donna Maria in un impeto di gratitudine mi abbracciò. Non nascondo che mi commossi.  Li salutai, consapevole che Don Fefè non sarebbe più tornato, ma non me ne dispiacqui, forse avevo ricostruito una famiglia.
“Cicciaaa!” chiamai “I signori hanno finito, accompagnali!”
Finalmente mi rilassai, avevo riavvicinato i due coniugi, mi sentii bene.
 “ Ciccia, è arrivato Pisciotta?”
“No , appena viene lo faccio entrare”
 Con Pisciotta ci conoscevamo fin dalle elementari, figlio di camionista, una volta adulto, iniziò a lavorare col padre. Si era sposato con una ragazza dell’est, bellissima! A Montalbano tutti gli uomini gliela invidiavano, lei però  mal si adattava alla vita di un piccolo paese di montagna ed era andata via, portandosi dietro il figlioletto di cinque anni che il povero papà vedeva raramente.
Non ho mai capito perché venisse a chiedere la lettura dei fondi di caffè, probabilmente troppo solo, bisognoso di ascolto e di conforto, ma io…che potevo fare se non accoglierlo?
Il suono del campanello ne annunciò la visita.
Ciccia lo fece entrare nello studio.
“Ciao Caterì , ho bisogno di te!” Esordì senza neppure sedersi.
“Prendi fiato, accomodati e dimmi”
“Oggi ti voglio confidare una notizia bellissima. Sono innamorato!”
“Di una straniera?” Non mi trattenni  dal chiedergli.
“Caterì non interrompermi, ascolta e poi leggi i fondi del caffè.
Dunque ho conosciuto Lucia è…unica! Mi fa stare bene è una ragazza madre di Messina.
Lavora nel bar della piazzuola autostradale di Calatabiano. Sai, mi fermo spesso a bere un buon caffè da lei.  Abbiamo fatto amicizia. No, non è bella come “l’altra” ma è diversa, è buona e sincera.
Siamo anche usciti insieme per una pizza. Ho conosciuto il suo bambino, mi ricorda il mio.
E’ stata onesta, mi ha detto tutto sulla sua storia, del padre del bambino, non mi ha nascosto nulla. Abbiamo in comune il dolore, forse ora potremo costruire qualcosa insieme. Dai dammi il caffè e poi leggilo…” concluse con occhi lucenti.
Lo accontentai…avrei potuto già dirgli tutto, di aprirsi a quest’amore con fiducia, perché quando si ama nulla va perduto, ma il potere della predizione soggioga più della verità.
“Nel fondo della tazzina vedo solo affetto, amore, una nuova vita. Vai tranquillo. Ama!”
Mi alzai e lo abbracciai, pur sapendo che non avrebbe avuto più bisogno di me .
“Grazie Caterì, pago a Ciccia?”
“No, oggi no, è il mio regalo per te!” Gli dissi commossa accompagnandolo alla porta.
(Che giornata… due clienti fissi persi e, forse sono stupida, sono contenta per loro) Pensai
Mi alzai, mi sgranchii le gambe e mi avvicinai alla finestra, tra le fessure delle imposte vidi,
appoggiato all’albero della Villa Comunale, l’appuntato Cineri. Lo sguardo rivolto proprio verso di me, alzò il dito a mo’ di ammonizione,  come  dicesse “ ricorda …la cosa giusta”. Mi colse un capogiro. Mi allontanai infastidita.
Suonarono…. Era l’infermiere Giovanni.
Lo feci sedere, mi sembrò più malconcio del solito, lo sguardo vacuo, la barba lunga, i pantaloni spiegazzati, il colorito da avvinazzato.
“Giovanni che hai? Stai male?”
“Più che male, non ce la faccio più. Gioco tutto il mio stipendio. Non ho più un euro, solo i soldi per pagarti. Leggimi il numero della fortuna. Dammi il caffè e facciamo in fretta!”
Mi fece  paura…
“Giovanni io il caffè te lo do, ma non leggo niente. Ti sei rovinato la vita per inseguire una pseudo fortuna. Lo capisci che il caffè non centra per nulla? Quel giorno ho barato, maledetta me. Mi hai creduto e hai continuato a scommettere, mettendo in gioco la tua vita. Basta, finiscila, fatti curare. Non ti voglio più vedere. Guarda come sei ridotto. Hai perso tutto, anche la dignità. Sul lavoro sei disorientato, l’ infermiere che tutti cercavano per preparazione, per umanità, non esiste più, svanito dietro le scommesse. Ora sei un rottame.” Finii piangendo e urlando.
“Non hai colpa, ciò che sono l’ho voluto io. Caterì tranquilla, cambio, si voglio cambiare. Questa non è vita!”Scoppiò in un pianto dirotto.
Si alzò barcollando e, chiudendosi piano la porta alle spalle, andò via.
Mi guardai attorno, con occhi nuovi, come se avessi squarciato”il velo di Maya”.
(Cos’è questa finzione che rende gli altri schiavi? Continuare a simulare mi fa male.
Tra poco arriverà l’appuntato. Devo trovare “la cosa giusta) pensai.
Mi alzai, andai  in bagno a rinfrescarmi, tolsi l’assurdo abito funereo,  mi pulii il viso dal trucco esagerato. Indossai il vestito di cotone a fiori, sciolsi i capelli. Scalza,  tornai nel mio ufficio, chiusi  lo stereo,  spensi i bastoncini d’incenso, aprii la finestra  facendo entrare il sole.
Il pensiero  di quello che avrei potuto fare della mia vita, se non avessi scelto quest’assurdo raggiro, non mi abbandonò. Correre dietro alle illusioni di fortuna, di predizione , consapevole invece, che il destino di ognuno di noi ci appartiene, non mi diede tregua.
Una scampanellata  leggera …. l’appuntato. Ciccia lo fece entrare nel mio ufficio.
“Buongiorno Caterì, niente abito di scena? E la musica, l’incenso? Che ti succede? Sono un cliente , no?”
“Sì certo, accomodati. Ecco la tazzina, bevi, sai come si fa .” Dissi stancamente.
Mi guardò sorpreso, bevve lentamente il caffè e poi me la restituì.
La strinsi tra le mani, senza guardare il contenuto.
Lo fissai negli occhi, non mi ero mai accorta che fossero verdi, con lunghe ciglia scure, quasi femminili.
Iniziai a parlare “Vedo una donna, ancora giovane, che per tanto tempo ha cercato la “cosa giusta”. Ora la conosce. Chiuderà l’ufficio, si dedicherà ad altro. Magari utilizzerà il diploma  e cercherà un lavoro vero. E’ una donna nuova che crede nella realtà e ha abbandonato  un mondo falso dove, chi è disperato,  è disposto a credere in tutto, anche a un fondo di caffè mal interpretato.”
Alzai lo sguardo, lui mi sorrise, mi prese dalle mani quell’inutile e vuota tazzina, posandola sul tavolino…
“Finalmente Caterina, hai trovato “la cosa giusta”. Se mi vuoi, quando vorrai, io ci sarò . Decidi tu, come , quando ,dove. Lo farai perché ci crederai. Ciao Caterina.” Mi diede un lieve bacio sulla bocca e se ne andò. Mi accorsi, che per la prima volta, aveva pronunciato il mio nome per intero, come se fosse una mia rinascita.


Sono passati tanti anni, Montalbano, il mio paesello è sempre uguale, le donne sull’uscio continuano a “cuttigghiari” e recitare rosari. Don Fefè  sta ancora con Donna Maria, vivono la loro terza stagione di vita, con consapevolezza e affetto. Pisciotta lavora in “Continente”,come ancora dicono gli anziani, in poche parole al nord. Si è sposato con Lucia e hanno una famiglia numerosa infatti, frutto del loro amore, altri tre bimbi. Ogni tanto torna in paese e quando m’incontra  mi dice “Me lo offri un caffè e poi…lo leggi?” Mi abbraccia e ridendo va via.
Giovanni l’infermiere ha cambiato vita. Dopo un sofferto periodo di riabilitazione è ritornato a essere la brava e competente persona che era.
L’appuntato non c’è più,  adesso è un brigadiere felicemente sposato con me.
Questa la mia storia.
 Ho trovato “la cosa giusta”,  soprattutto ho fatto “LA COSA GIUSTA”.
                                                                 FINE